Biutiful (Alejandro González Iñárritu, 2010)

In una parola, Biutiful.

L’impotenza di fronte al tempo, il nostro, in una parola: Biutiful. E con le parole Alejandro González Iñárritu compone il suo racconto insolitamente lineare, freddamente narrativo.

Ma c’è l’enigma: una tremante sequenza iniziale che fa subito pensare ad un cerchio in attesa di chiudersi. Un uomo che rievoca l’essenza della vita attraverso i rumori del mondo naturale, pietre rare dell’infanzia. Poi Uxabal (Javier Bardem) quello stesso uomo che imita il mare con il suo soffio, esce dal sogno e precipita nell’incubo: una Barcellona dolorosamente svelata nei suoi misteri più putridi. La distanza dalle tintinnanti canzoni di Allen, dalle sue strade immerse nell’oro, non si colma.

Qui la Sagrada Familia annega nel grigio di una nebbia inquinata, miasmatica, un fumo immobile. Uxabal scatta, incessante camminatore, fra gli ambienti segreti della Barcellona a noi straniera: gli ambulatori, i vicoli dei sobborghi, le fabbriche in nero, l’obitorio. Parla con i morti per consolarne i parenti ed arrotondare il bilancio perché, dice, “l’Universo non paga l’affitto“. E i suoi due figli hanno fame, mentre la moglie Marambra (Maricel Álvarez) affetta da sindrome bipolare affoga i pensieri in vino e ansiolitici.

Maturare le domande giuste

Cornice del quadro, che allo stesso dà senso, è la tragedia degli immigrati in Spagna: dapprima solo sfondo, prende progressivamente spazio fino a sfondare la scena – e lo stomaco – in un crescendo di dettagli dai quali prende forma l’esplosione finale. Ancora una volta incombe la morte, la cui comprensione sembra essere la prima ossessione del regista messicano. Questa volta però senza l’isteria del montaggio di 21 Grammi o la reticenza dello sguardo nell’episodio di 11 Settembre 2001. Nessuna metafora davanti allo specchio.

Biutiful è un film maturo perché somministra i suoi significati a piccole dosi, così come il dolore del distacco è, goccia a goccia, parte del mestiere di vivere. Un percorso a salire (o a scendere?) verso quell’atroce consapevolezza della natura delle cose che si compensa da sé perché aiuta ad uccidere i fantasmi della mente. Quella che per prima cede e più del cuore agli occhi cerchiati, profondi e parlanti di Bardem  mentre si perdono nell’oceano di domande irrisolte, fra gli alberi e la neve del sogno, dove la fine è stata scritta fin dall’inizio.

Francesca Fichera

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