13 Assassini (Takashi Miike, 2010)

Un bagno di sangue esteticamente perfetto dai 13 assassini di Takashi Miike – di Fausto Vernazzani

Lord Naristugu è tanto intoccabile quanto crudele e sanguinario. Stupro, omicidio, smembramento sono i suoi hobby e il suo scopo è quello di riportare la guerra in un Giappone che da decenni non versa più il sangue di nessuno dei suoi clan. In quanto fratellastro minore dello Shogun, Naritsugu è senza controllo, ma per evitare che il caos ritorni sulle isole nipponiche, viene segretamente ordinato l’assassinio di Naritsugu e viene scelta la lama di Shinzaemon Shimada (un eccellente Koji Yakusho), esperto e saggio samurai al servizio dello Shogun, per raggruppare 13 compagni, 13 assassini per portare a termine la missione.

13 Assassini è un titolo che associato a un regista come Takashi Miike lascia pensare a veri e propri torrenti di sangue mescolati con una bella dose di arti mutilati e esplosioni di budella, eppure non è così. Gettandosi nel jidaigeki (‘dramma storico’ giapponese che generalmente indica il periodo Edo), il buon vecchio mandorlato sanguinario, acquista l’eleganza di un Samurai e come una katana muove la sua macchina da presa. Un film diviso in due parti, che comincia mostrando la calma e la saggezza di questa gloriosa casta di guerrieri, mettendo in risalto la loro volontà di servire il padrone utilizzando la loro stessa vita come se si trattasse di un normale oggetto di scambio.

È l’onore e il suo significato che domina 1 ora di film, lasciando poi spazio al bagno di sangue, 45 minuti di ‘Totale Massacro‘, esattamente come una giovane ragazza mutilata dei propri arti e della propria lingua descrive lo sterminio della sua famiglia. Tori infuocati che assaltano decine di guerrieri, esplosioni da Seconda Guerra Mondiale, danze di spade e teste che rotolano. Sono questi i 45 minuti a essere il clou del film, veri e propri untori che contagiano a rapidità terrificante e macchiano di brutalità e sangue un film che fino a quel momento era stato scorrevole come un ruscello dopo aver iniziato come un potente torrente.

Finisce per sfociare nel mare, la macchina da presa di Miike mostra quanto il combattimento non sia solo questione di onore e tutto si basi sul culto della katana, bensì strappa fuori la crudeltà e la barbarie della guerra che tanto affascina Naritsugu, utilizzando come armi fango, rocce, bastoni, qualunque cosa purché porti alla vittoria, e il risultato è terribilmente affascinante e sconvolgente. Pur trattandosi di un remake di un film del 1960, pieno periodo della New Wave Giapponese, di Eiichi Kudo, Miike crea uno dei suoi film migliori allontanandosi parzialmente dalla sete di sangue che contraddistingue alcuni dei suoi maggiori cult come l’eccellente Ichi The Killer o il subdolo Audition. Il sangue resta uno dei temi centrali, e il culto della morte e della vita del tempo dei Samurai sembra aver incantato il regista giapponese facendo un favore ai suoi fan e dirigendo così uno dei migliori film di Samurai dell’ultimo decennio.

Rende ancora più felici sapere che a Cannes quest’anno ha presentato il suo secondo jidaigeki, altro remake dall’epoca d’oro del Giappone, Harakiri: Death of a Samurai in cui si va ancora più a fondo nell’esplorazione del suicidio rituale, promettendo però questa volta più sangue e più spettacolo, o almeno questo è quello che si può dedurre dall’elemento 3D che contraddistinguerà questa sua nuova pellicola. Dopo essere rimasti incantati da 13 assassini siamo impazienti di vedere Miike dove può arrivare, perché dopo un film del genere, da un regista già ottimo di suo, è dimostrato scientificamente quanto si possa migliorare e raggiungere vette d’eccellenza dopo decenni e decenni dietro la macchina da presa. È un totale massacro che vale la pena di vedere.

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