Il discorso del re - CineFatti

Il discorso del Re (Tom Hooper, 2010)

Il discorso del Re passa alla storia, ancora una volta.

Potremmo elencare tutti i titoli di re Giorgio VI, scrivere ogni cosa realizzata nella sua vita come principe, duca di York prima e come re dell’’impero britannico dopo, ma Il discorso del Re, terzo film di Tom Hooper, parla d’altro.

Un regnante giusto o cattivo, giudizi sul suo operato o sulla sua persona, non sono importanti, è l’’uomo il protagonista de Il discorso del Re, è Bertie (Colin Firth), marito innamorato e padre affettuoso, un irascibile fumatore incallito.

Lo affianca un comune mortale, Lionel Logue (Geoffrey Rush), professionista della dizione, logopedista d’’altri tempi. La loro relazione medico-paziente, la loro amicizia – stile Il maledetto United – è al centro del film.

Bertie, padre e marito

Bertie soffre di balbuzie da quando ha memoria, causa quasi certa è un’’infanzia stressante, non è mai facile essere il figlio del Re. Essere chiamato Sua Altezza Reale sin dalla propria nascita, a cui si aggiungono frequenti problemi di salute, con le sue tate e suo fratello, il fu Edoardo VIII/Guy Pearce.

Logue è dunque la soluzione ai problemi del Duca di York che nel 1925 fece una pessima figura al discorso di chiusura della British Empire Exhibition, non riuscendo a spiccicare una sola parola in modo corretto.

Trattandosi di un membro della famiglia reale, favorito al trono nonostante sia il secondo pretendente dopo il fratello maggiore, aveva il dovere di risolvere il problema e Logue lo ha aiutato come professionista e come amico.

L’arma segreta di Hooper

Cominciamo dal regista, Tom Hooper. Il suo esordio nel 2004, Red Dust, fu sinceramente un ingresso mediocre, ma non fu così nel 2009 col Il maledetto United, biopic sull’o storico allenatore del Leeds United, Brian Clough.

Nei 5 anni tra il debutto e il secondo qualcosa è cambiato perché il livello della regia salì di svariati gradini in alto, sicuramente molto grazie alla sceneggiatura del magnificente Peter Morgan, (recentemente “visto” in sala con Hereafter). 

Partendo dai dettagli umani la sceneggiatura di Morgan restituisce un tratto alla volta dei personaggi a tutto tondo, non semplici bassorilievi su uno sfondo piatto, Bertie è tridimensionale contro le pareti rovinate dello studio.

Nel 2010 Hooper ritrova il sostegno di Morgan alla sceneggiatura e insieme con Il discorso del Re realizzano sicuramente uno dei migliori film dell’’anno, con 12 meritatissime nomination agli Academy Awards.

L’umanità reale

Candidature, in particolare agli attori, che mi risparmiano il lavoro di scrivere qui un elenco di elogi per la coppia reale Colin Firth ed Helena Bonham Carter, mentre, Geoffrey Rush, è inutile commentarlo, è un attore talentuoso di cui il cinema dovrebbe andare fiero per l’eternità.

A differenza del normale racconto d’uomini reali e al potere, non c’è nessuna intenzione, vale la pena sottolinearlo, di dipingere Sua Maestà come un eroe, solo per l’aver pronunciato un bel discorso dinanzi alla Nazione.

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È un puro e semplice ritratto intimo di una persona qualsiasi con un ostacolo da superare per potersi dire completo, e non si è finiti finché non c’è un amico a dare forma alla nostra identità. Quella vera, quella senza titoli infiniti.

Se desideravate vedere un biopic con grandi costumi su grandi personaggi, Il discorso del Re non fa per voi. Tom Hooper vuole l’opera di un uomo con un problema basso, con cui immedesimarsi.

Senza l’ostacolo dell’alone fantastico e pregno di realtà, tratto tipico delle luci inglesi (Danny Cohen stavolta), dove il colore è enfatizzato ma non acceso. La colonna sonora di Alexander Desplat contribuisce a infondere una sensazione di familiarità, non invade lo spazio, vi si muove dolcemente attorno.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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