Hereafter (Clint Eastwood, 2010)

Hereafter: l’aldilà secondo Clint Eastwood – di Elio Di Pace.

Clint Eastwood è il più puro storyteller del cinema americano: nel terzo millennio ha prodotto Debito di sangue, Piano Blues per la serie di Martin Scorsese, Mystic river (il migliore, regge il tempo in maniera smagliante), Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Letters from Iwo Jima, Changeling, Gran Torino, Invictus.

Arriva adesso, dopo l’anteprima torinese, Hereafter, l’aldilà, sbandierato come capolavoro epocale, adattato per lo schermo dal portentoso sceneggiatore Peter Morgan (folgorante in Frost/Nixon). Clint si autoproduce, a dargli una mano c’è anche Steven Spielberg.

La trama

Matt Damon è un sensitivo, ma non ha più voglia di svolgere il tormentato mestiere perché “non è un dono, ma una condanna”. Discorso nobilissimo, ripiega in una fabbrica.
Cecile de France è Marie Lelay, anchorwoman francese che si trova in Thailandia proprio quando lo tsunami devasta intere città e uccide migliaia di persone.

La malcapitata, travolta dalla furia delle acque, subisce un tremendo colpo alla nuca che la tramotisce. La vista le si ottenebra, e ha la visione di questo luogo accecante, le figure sono silhouette diafane, si riconosce qualche volto. Ma si risveglia.

Londra. Due gemelli, Jason e Marcus, vivono con una madre alcolista e tossica, e i due bimbi, assai svegli, la aiutano con grande maturità, escogitando stratagemmi per non farsi portare via dagli assistenti sociali. Ma Jason, un giorno, finisce sotto un furgone e muore.

Questi tre personaggi entrano tutti in contatto con la morte. Sono testimoni di una vita, o quantomeno di un mondo, aldilà dell’esistenza. Dopo il trapasso si approda in un posto che, stando alle ricerche che compie Marie, vede annullato lo scorrere del tempo, in una sorta di gelida quiete.

George, Marie e Marcus vedranno il destino muovere i loro fili fino a incontrarsi, a Londra: George ci va perché, nel momento in cui si è quasi convinto a riprendere la professione pranormale a San Francisco, decide di cambiare aria; Marie ci va perché una casa editrice londinese si è dimostrata disponibile a pubblicare le sue memorie dal limbo; Marcus è già lì, ed è pure fortunato ad esserci perché scampa al disastro (realmente accaduto) delle bombe disseminate nell’underground.

La critica

Si era detto che questo scenario avrebbe dovuto restituirci un memorabile saggio sulla morte ad opera di un grande artista, quale Clint Eastwood.

Diciamo allora le cose davvero belle del film: la scena iniziale, con la devastazione dello tsunami, è terrificante, realizzata benissimo al computer (e qui c’è un’altra grande lezione: gli effetti speciali, prima di saper farli, bisogna saper usarli, sennò è inutile).

La storia dei due gemelli è avvincente e struggente. Matt Damon è ormai un attore capace di stare sotto le righe in maniera egregia. Continua ad esserci quella meravigliosa “luce Eastwood”, fredda, cristallina. E la mdp è, come non mai, “europea”, scende dal cavalletto e senza preoccuparsi dei sobbalzi si avvicina al personaggio e gli si siede accanto, non lo giudica, non lo consola, ma lo presenta e lo rappresenta.

Ma siamo sicuri che Hereafter sia il “Film definitivo” sulla vita oltre la morte? E se quei flash sovraesposti cui abbiamo accennato prima e di cui hanno visione George e Marie siano solo un’opinione, un punto di vista di un pur grande regista?

Le domande

Alla maniera del Serious Man dei Coen, il gemello Marcus vaga di sensitivo in sensitivo, l’uno più cialtrone e ciarlatano dell’altro. Però, perché Matt Damon è migliore? Ma queste sono ovviamente questioni su cui spettatori più appassionati o sensibili alla vicenda e all’argomento possono avere opinioni molto più convincenti.

E allora parliamo di cinema. Perché Mystic, Million dollar, Gran Torino scorrono che è un piacere, senza nemmeno un intoppo, mentre Hereafter ogni tanto ha l’andatura di un elefante incatenato? Sarà sicuramente colpa dello sceneggiatore, se è vero che Clint gira come nessun altro e se è vera la legge “da una buona sceneggiatura si può fare un cattivo film, ma non viceversa“.

E non suona convincente nemmeno questo incontro londinese, quando, ad esempio, Arriaga è riuscito a fare molto meglio in Babel, incrociando destini in maniera molto più casuale ma soprattutto in tre angoli diversi del globo.

Per non parlare di personaggi che scompaiono all’improvviso (George perde un attimo la testa per una tipa che fa il corso di cucina italiana con lui, poi le fa la seduta, le distrugge l’esistenza e di lei non sentiremo mai più parlare) oppure di musiche (composte da Eastwood stesso) che in alcuni casi riescono a essere invadenti pur essendo essenziali: la sviolinata finale è evidentemente meta-cinematografica, vuole elevare un momento a canone, ma durante il film ci sono alcuni casi dove il silenzio sarebbe stato preferibile.

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