Tron: Legacy - CineFatti

Tron: Legacy (Joseph Kosinski, 2010)

Tron: Legacy, quando una grafica da urlo non basta – di Fausto Vernazzani

Tron non era un film. Era un giocattolo in cui più di 10 minuti di girato furono realizzati completamente al computer. All’epoca era interessante ovviamente, ma oggi quel film può avere solo un valore storico perché non è che sia un granché diciamocelo. Tron: Legacy non è neanche un giocattolo, solo un quadro da esposizione. Tron (Bruce Boxleitner) era una sorta di antivirus che proteggeva Flynn (Jeff Bridges) dal Master Control Program. Questo nel 1982. Ora chi è? Tron: Legacy parte più o meno da qualche anno dopo il 1982, e lo vediamo nella solita scena in cui il dolce papà racconta una favola al figlio accoccolato nel letto. Ma non è la solita, è anche peggio, perché qui Joseph Kosinski – regista del sequel – ha voluto sfidare il tempo che passa e ringiovanire Bridges grazie alla tecnologia.

L’aspetto triste è questa margarina umana che cerca di imitare il burro, ovvero quel grand’uomo carismatico di Bridges, presente per tutto il film sotto forma di Clu. Sì, perché nella rete Flynn aveva bisogno di un amico e ha creato Clu a sua immagine e somiglianza. In tutto questo Tron ce lo siamo perso dietro un mare di spiegoni più o meno utili alla riuscita del film e alla sua comprensione, ma in verità no. Appare sì e no due secondi, sparisce e poi rispunta all’improvviso – per modo di dire – attraverso espedienti che potremmo definire pietosi.

Il titolo Tron: Legacy perde completamente senso. Cosa succede insomma? Clu prende possesso della rete, Flynn resta intrappolato per impedire a Clu di conquistare il mondo e intanto pare che dal nulla siano nate nuove forme di vita nella rete che il mondo invece lo cambieranno (come non si sa, però loro ne sono convinti) e ovviamente c’è il figlioletto (Garrett Hedlund) che dopo 20 anni entrerà per caso nella rete a scombinare tutto con la sua sventatezza da adolescente ribelle. Il finale lo sapete già. Vai, attacca, vinci, prendi la bella di turno e porta a casa.

La parte più dolorosa è vedere Bridges sfruttato solo come una figura fisica lì a riempire lo spazio con il carisma che emana di suo, ma non c’è una grande prova attoriale, né un istante che si possa definire memorabile. Gli altri attori è inutile commentarli, giusto una nota negativa a un Michael Sheen veramente deludente, un ottimo interprete in una sorta di imitazione dell’Enigmista di Jim Carrey in Batman Forever, un’emulazione scialba e antipatica, insopportabile, fastidiosa, uno spreco di risorse umane se si pensa a quanto può dare un attore come Sheen. L’unica nota positiva, oltre alla grafica sensazionale, è solo un’infiltrazione, collaborazione voluta da Kosinski, ovvero quella coi Daft Punk che hanno realizzato una colonna sonora veramente da brividi.

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