The Wrestler (Darren Aronofsky, 2008)

The Wrestler, fino all’ultimo ring.

Avete mai visto un uomo con una gamba sola provare a danzare per sentirsi libero?

La poesia di Bruce Springsteen e quella di Darren Aronofsky si coadiuvano a vicenda per narrare una sola, struggente ballata: la storia dell’alba e del tramonto di Randy Robinson, l’ariete del wrestling anni ’80.

Un ariete spezzato

La mazzata – quella reale – arriva dopo un incontro ai limiti del sopportabile: il vecchio Randy, affaticato dal pessimo tenore di vita e dagli estrogeni, finisce quasi per farsi esplodere il cuore.

Ed è a quel punto, quando gli vengono tolti l’amore e il sudore della folla acclamante, che decide di riconquistare se stesso, il Randy soppiantato da The Ram.

Ma qualcosa non va come dovrebbe: nonostante l’aiuto di Pam (Marisa Tomei), una stripper sua amica che accusa inevitabilmente l’avanzare del tempo, e la riconciliazione con la figlia Stephanie (Evan Rachel Wood), l’ariete ricasca nel baratro; una fogna alla quale sembra essersi abituato e, forse, anche affezionato.

Alle spalle di Mickey

Un salto nel buio che Aronofsky descrive senza fronzoli o patetismi – fatta eccezione per l’unica, immensa figura patetica, il wrestler di Mickey Rourke – in uno stile insolito per lui,  distaccato, asciutto, cinicamente documentaristico.

La macchina da presa invade l’intimità di ciò che osserva, si incolla letteralmente alla schiena curva e sanguinante del lottatore, nell’apparente indecisione fra il mostrare i disgustosi segni del combattimento oppure il volto stanco e deforme di uomo che si è lasciato pestare dalla vita senza controbattere.

Non è solo Micky Rourke che recita se stesso, come si è detto fino alla noia: è la trama comune della vita di tanti uomini e tante donne, come Randy, come Pam, che non accettano di dover scendere dal ring per salvare l’ultima briciola di sincerità rimastagli.

Il prezzo della vittoria

Sono un pezzo di carne maciullata, e sono solo. Ma me lo merito dice il gigante alla bambina, ma è troppo tardi, perché l’assuefazione è tale da impedirgli di smettere. La sua unica fede sono le ossa rotte e i lividi; e, del resto, non c’è molta differenza fra un taglio sul braccio e uno dritto al cuore.

Tanto vale tornare a combatterea far sorridere la gente con il sangue che scorre, saltando un ultima volta nell’oscurità, senza verità ma con un residuo di coraggiosa coerenza pronto a perdersi nei titoli di coda.

Francesca Fichera

Voto: 4/5

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