The Haunting of Bly Manor

The Haunting love of Bly Manor

Un giro di vite a Bly Manor per gli innamorati di Mike Flanagan

Stando al mio diario il 21 ottobre di due anni fa io e Francesca ci accordammo per cominciare the Haunting of Hill House insieme a distanza. Fu un’intensa esperienza surreale seguire uniti la serie ideata da Mike Flanagan incentrata sull’elaborazione familiare di un lutto mentre attorno a noi ne spuntavano di nuovi come funghi nella catena di montaggio di un reparto di onco-ematologia. A oggi se considero the Haunting la mia serie preferita è assodato che sia dovuto alle circostanze in cui l’ho vista: è stata un’esperienza catartica.

Due anni dopo sono passati diversi giorni da quando ho concluso the Haunting of Bly Manor ispirata stavolta al racconto di fantasmi per eccellenza, Il giro di vite di Henry James, di cui dopo molti anni ricordo più sensazioni e linee generali che altro. Granitica è invece la memoria dell’adattamento the Innocents con Deborah Kerr e diretto da Jack Clayton: sessant’anni dopo credo sia ancora stato imbattuto nel convergere una tensione orrorifica ricorrendo solo allo strumento che ha poi dato l’orrenda idea di un titolo italiano senza senso, Suspense.

Anche stavolta le circostanze sono a mio favore perché le vicende di Bly Manor sono un’ideale seguito dell’incubo vissuto dai Crain nella prima stagione della serie antologica: alla mancata elaborazione del lutto in Hill House si accompagna ora una ghost (love) story incentrata sugli attimi di felicità vissuti con quelle persone amate che abbiamo perso. Non ho scelto le parole attimi di felicità a caso, le pesco dalla recensione che Francesca scrisse due anni fa: “Perché se è vero che il mondo ha i denti e alla morte e al dolore non si può sfuggire, sono altrettanto eterni ed autentici gli attimi di felicità e di pace che li circondano”.

“To truly love another person is to accept
the work of loving them
is worth the pain of losing them”

Ai primi cinque minuti della numero due di the Haunting iniziamo subito con lo stabilire il tono dei nove episodi: sarà la narrazione di una perdita intesa in senso generico, perché fra i corridoi e i giardini di Bly Manor nessuno è o sarà esente dall’esperienza della perdita di una persona amata. Il pilota diretto da Mike Flanagan ci ricorda quanto ogni patto fra innamorati debba contenere in sé il seme di un dolore, portarne il fardello e custodirlo attraverso la costruzione di calde memorie grazie a cui attraversare il più buio dei momenti nella vita di una coppia.

Tuttavia è inevitabile e questo ce lo diceva già Paul Edgecomb in coda al Miglio verde: ognuno di noi è in debito di una morte, nessuna eccezione. Ed è una rottura eccezionale di un tremendo tabù quella portata avanti da the Haunting of Bly Manor, perché per l’intera sua durata anziché considerare la morte dell’altro/a come di un ostacolo da superare per giungere al passo successivo nella propria vita, lo incorpora mostrando cosa vuol dire accogliere in sé quelle morti, perché un lutto nella mia esperienza personale – ma sono deflagarazioni che colpiscono ognuno in modo diverso – lo affronti correndo attraverso gli ostacoli, sbattendo contro ogni barriera, riempiendoti di schegge di legno e ruzzolando per terra di tanto in tanto. Con l’inevitabile non serve giocare a nascondino.

A ciascuno il suo…

A questo punto dovrei stare qui per un capoverso o due a descrivervi la trama, ma si rischia di cadere negli spoiler facilmente e io non vorrei mai privarvi della gioia di piangere ogni cinque minuti davanti a ogni nuova rivelazione. Perché ciascuna storyline ha il suo pianto d’accompagnamento: con Victoria Pedretti abbiamo le orrende catene di una imposizione amorosa e la perdita di un’altra, con T’Nia Miller il rimpianto e la cristallizzazione di un sentimento perfetto, con Rahul Kohli la solidità etica e spirituale degli affetti (e dei baffi bellissimi), con Henry Thomas le terribili battaglie mentali contro sé stesso, l’impegno sentimentale di Amelia Eve, mentre i due Amelie Bea Smith e Benjamin Evan Ainsworth l’immatura incapacità di elaborare la perdita del padre e della madre.

Questo folto gruppo di personaggi a cui vanno aggiunti Oliver Jackson-Cohen e Tahirah Sharif controfirmano un impegno già preso da Hill House due anni fa, ovvero la rappresentazione completa della società cui fa riferimento. Ai sette Crain spettava l’immagine della famiglia statunitense, le cui diramazioni hanno poi toccato ogni etnia possibile: cinque figli Crain e cinque compagni/e di etnia diversa. Sotto il tetto di Bly Manor in un certo senso accade lo stesso, per quanto in misura inferiore essendo ridotto il numero di personaggi, ma è una scelta che per cinismo potrei definire tokenism, oppure potrei considerare questo gesto come un’intenzionalità narrativa di aumentare lo spettro delle evoluzioni di un lutto in divenire attraverso lo sguardo di una società multietnica, globale.

It’s you. It’s me. It’s us.

È un noi senza se e senza ma ad affrontare la vita, impossibile farlo da soli, come dimostra un Henry Thomas ben bagnato dentro un accento british che gli dona non poco. In questo ampliamento del vissuto quotidiano entra in gioco infatti il ruolo di arma a doppio taglio della memoria: è possibile processare il male che abbiamo dentro condividendolo con gli altri, è possibile che ci infesti se gli lasciamo la porta aperta, è possibile si trasformi in un’arma pericolosa se consegnata nelle mani sbagliate, ed è per questo che in the Haunting of Bly Manor diventa in fondo alla storia un bene dal valore inestimabile. Vivere sinceramente è un regalo.

Sarà una lettura personale, perché no, ma se in Hill House ho visto un esempio di processo di elaborazione del lutto, in Bly Manor ho trovato invece il tentativo di offrire un insegnamento e comunicare con lo spettatore da una posizione… di amicizia. Non riesco a trovare una definizione migliore. Ho visto riflesso in Hugh e Theo Crain diversi eventi vissuti nella mia vita – chi in situazioni di malattia non si è detto “I can fix it” almeno una volta come Hugh? – mentre negli ospiti di casa Bly gli errori da non commettere e viceversa, la bellezza di un affetto puro e lo spirito di sacrificio da cui puoi solo imparare. La scoperta degli attimi di felicità in cui sentirsi al sicuro.

Ho rivisto almeno dieci volte la scena del nono episodio in cui la governante Hannah Grose interpretata da T’Nia Miller ha un colloquio rivelatore col cuoco Owen del baffuto Rahul Kohli. Senza dirvi cosa si dicono o cosa succede, mi limito a indicarla come la migliore nella stagione – Kohli e Miller sono le indiscusse stelle, senza nulla togliere agli altri – e ad esempio di quanto ho descritto sopra: è l’attimo di felicità da abbracciare, la tazza di cioccolata calda di cui abbiamo tutti bisogno in certi momenti della vita. Ed è anche un esempio di quanto sia fondamentale coltivare le memorie felici, perché Bly Manor le negative le incastona nell’incubo della ripetizione.

Se la vita è cambiamento, il suo contrario è la ripetizione: l’impossibilità di andare avanti, pietrificarsi sul posto – inteso come luogo immaginario nel tempo – è visualizzata letteralmente come la condanna a ripetere all’infinito un incubo di cui si può persino arrivare a perdere la cognizione. Il povero Thomas interpreta un uomo condannato a ripetere sé stesso, la cara Kate Seigel di Hill House ritorna per un episodio flashback in cui la ripetizione eterna è semplicemente atroce, alla Clayton della Pedretti spetta un grande – e secondo me doppio, verso l’altro e verso sé stessa – senso di colpa, mentre al fantasma di Jackson-Cohen tocca l’incubo della madre. È quanto può accadere a chiunque se ci lasciamo sfuggire quegli attimi, se non usciamo dalla fossa in cui siamo caduti.

Perfectly splendid!

Ora mi rendo conto che Hill House era registicamente superiore, Mike Flanagan sta rapidamente scalando verso quella dolce stanzetta dove custodisco il mio amore per uno sparuto gruppo di registi internazionali, ma anche se la sua assenza dietro la macchina da presa – fatta eccezione per il pilota – si percepisce, la natura sentimentale della narrazione ben si addice alla scelta di una regia calma, moderata. A volte in alcuni momenti ho avuto persino l’impressione di essere in un fotoromanzo, perché determinate scene le potevi anche solo osservare attraverso un frame e raccontarle con la voce narrante di Carla Gugino e comunque sarebbero state perfette.

Perché the Haunting of Bly Manor è prima di ogni altra cosa una carezza scritta da mani eccellenti e ideata da quel grand’uomo che è Flanagan. A cui un giorno dovrò chiedere che cos’ha passato nella vita per riuscire sempre così bene a parlare della morte con un tono così gioioso. Perché tale lo considero, anche se può sembrare un controsenso. Ma forse la risposta è nel fatto che non esista davvero qualcuno che non ha vissuto queste esperienze, che il dolore a volte ci fa sentire soli e speciali, in un certo senso, quando in realtà è qualcosa che ci accomuna – lo dimostra per me la scelta del casting sia in Hill House che Bly Manor – e cadere dentro questa convinzione è esattamente quanto ogni giorno dobbiamo evitare. Coltiviamo gli attimi, nostri e degli altri, la felicità è contagiosa.

È una serie che mi ha tirato fuori l’anima a lacrime.
È per questo che la considero perfectly splendid.

8 pensieri su “The Haunting love of Bly Manor

  1. Anche la tua recensione è perfectly splendid! Per me stupenda anche questa stagione, seppur per forza di cose inferiore a Hill House. Ma mi ha fatto emozionare come poche cose viste recentemente e ho apprezzato tutti gli aspetti che hai giustamente sottolineato anche tu. Il mio episodio preferito è il quinto, perché è incentrato sul mio personaggio preferito: Hannah.

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    1. Ma io ti ringrazio, troppo buona :D Su Hannah mi trovi tanto tanto d’accordo, sono innamorato di lei, è un personaggio meraviglioso. Quella scena con Owen all’inizio dell’ultimo episodio, non riesco a smettere di guardarla.

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    1. Sì, avendo vissuto dei momenti particolari ho sentito molto forte anche questa, Mike Flanagan mi ha donato un cuscino dove poggiare la testa in due tempi molto difficili per me. Hill House è più potente, ma secondo me lo deve soprattutto al mistero da risolvere – cos’è successo alla madre dei Craine – e alla coralità che qui in un certo senso è meno marcata avendo tutti i personaggi bene o male un canovaccio simile all’altro. I Craine erano tutti diversi, ognuno col proprio cancro da affrontare.

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  2. La tua recensione è stata veramente straordinaria e molto approfondita. Hai praticamente descritto in maniera perfetta perché ho amato questa serie, i suoi personaggi, le sue ambientazioni e le relazione che si intrecciano in quel luogo. “Questa non è una storia di fantasmi, è una storia d’amore “. Questa frase descrive perfettamente quello che è stato Bly Manor e in generale la bellezza del gotico, del vero gotico. È stata una bellissima esperienza, certo ha dei difetti (secondo me la parte finale è stata troppo veloce) ma ha avuto dei momenti pieni di emozioni sincere e stupende. Una serie meravigliosa!

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    1. Io sul finale sono di opinione opposta, credo abbiano fatto bene a chiudere tutto nel corso di un singolo episodio anziché allungarlo a due o tre, o magari addirittura arrivare a proporre il medesimo numero di episodi di Hill House. Però questa è proprio una faccenda soggettiva, a me è sembrato… eterno quel finale. Un episodio in cui ogni minuto mi pareva durare una vita!

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      1. Eterno penso sia un’ottima parola per descriverla. In realtà il finale mi è piaciuto trovo solo troppe veloce il modo con cui accade il trambusto nella prima parte. Però quella sensazione di attesa che si prova verso la fine quando sai che il fantasma prenderà alla fine il sopravvento è bellissima. Senti il peso che prova la protagonista.

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