The Stand - CineFatti

Il mondo è una pagina scritta – CineKing #7

Piccoli tasselli per nuovi mondi

Avevate mai pensato che 1408 potesse avere un sequel? Se la risposta è affermativa allora sarete nell’ottima (?) compagnia di John Cusack, convinto che Mike Enslin avrebbe potuto ritornare sullo schermo per continuare imperterrito a soffrire nell’eternità infinita della stanza 1408. Tuttavia è lui stesso nell’intervista a Collider a dichiarare che non è mai passato per l’anticamera del cervello a nessuno di girarne un seguito.

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Per restare nell’ordine delle strane novità dal mondo di Stephen King, eccone un’altra: se dieci anni fa mi aveste detto che l’idolo belloccio delle ragazzine Zac Efron sarebbe stato fra i protagonisti di un adattamento kinghiano, vi avrei preso per pazzi. Invece la regia di Keith Thomas lo ha voluto come Andy McGee, il padre della piccola Charlie, meglio nota come L’incendiaria. L’assurdità è che Efron non mi dispiace affatto come scelta.

Un’altra piccola news e stavolta arriva da un canale più strettamente horror, letteralmente. Shudder ha annunciato l’arrivo di uno speciale animato del suo reboot seriale Creepshow il prossimo 26 ottobre, in cui saranno presenti due adattamenti dalla famiglia di Bangor: Survivor Type, una storia di papà Stephen con voce di Kiefer Sutherland e Twittering from the Circus of the Dead del giovin Joe con la regina del kissing booth Joey King.

È invece lo stesso Stephen a sciogliere la gloria sul futuro di the Outsider in un’intervista a Entertainment Weekly: si farà e no, a quanto pare è certo non avrà nulla a che fare con Se scorre il sangue, ma sarà una storia completamente originale. Ed è per me una grande notizia, nuovo materiale potrebbe dare maggior vitalità a uno show sì di successo, ma altrettanto piatto e privo di alcuna nota d’interesse. Con un seguito chissà, magari cambierà.

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Non finisce qui, ultima clip di proiettili in questa mitragliata di mini-news kinghiane la spara Mr. Mercedes, altro show rimasto a lungo nel limbo e ora acquistato da Peacock dopo essere stato bloccato in casa Audience Network. Ciò non toglie che sia ancora un cadavere e per quanto King nella suddetta intervista abbia espresso il desiderio, la NBCUniversal non si è espressa sulla possibilità di rinnovarla per una quarta stagione.

Pronti alla resistenza

È scontato il pezzo da novanta sarà lui per i prossimi mesi a venire: the Stand è stato presentato al New York Comic-Con col cast e un primissimo full trailer dopo quei 30 secondi visti il mese scorso. La mia reazione è stata la seguente: uno spento, disinteressato Ok. Posso immaginare le difficoltà di vendere una miniserie su una pandemia nel mezzo di una pandemia, ma il trailer è esteticamente e narrativamente… piatto. Una tavola, il vuoto cosmico.

Eppure la storia kinghiana, per quanto invecchiata male – devo ammetterlo, nel corso della rilettura il mio giudizio entusiasta sul mega-romanzo kinghiano sta scemando – trabocca di scene emozionanti. Il trailer però non fa che mostrarci un paio di personaggi noti solo ed esclusivamente ai lettori, perché dalle immagini è impossibile comprendere cosa stia accadendo e chi sono le persone coinvolte in questi eventi.

Veniamo a conoscenza di una certa Mother Abigail, capace di apparire nei sogni della gente, e di un pericolo rappresentato da Randall Flagg. Cos’altro? Niente, c’è James Marsden e qualche altro volto noto e atteso, ma… niente che mi faccia saltare dalla sedia, emozionare al pensiero di vederla fra meno di due mesi. Anzi, ora che ci penso il primo post-diario uscirà proprio il 19 dicembre, quindi ecco già quel futuro CineKing sistemato.

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La locandina non lascia dubbi sulla presenza del tema religioso

Un punto di vista interessante sulla miniserie CBS All Access è arrivato dal Loser’s Club, antico e reattivo podcast kinghiano in cui la figura di Flagg e del suo entourage viene, per così dire, ridicolizzata. Chi conosce il romanzo sa che a un certo punto si creano due fazioni – nella miniserie avverrà subito, come si vede nel trailer – a Boulder, Colorado vivrà il bene, mentre a Las Vegas avrà sede il male dell’umanità comandato dal sexy Skarsgard.

Qual è il problema, allora? Ecco, la miniserie anni Novanta diretta da Mick Garris poteva essere scusata perché era, appunto, anni Novanta, e allora la netta distinzione fra Übercattolici e uomini d’affari col sigaro in bocca in mezzo alle stripper poteva avere persino un senso nel suo essere così smaccatamente un cliché. Ma oggi? Ecco, nel 2020 è un passo avanti, anzi, una presa di distanza dal romanzo che doveva essere fatta. Ripeto, doveva.

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Trashcan Man arriva a Las Vegas nella miniserie del ’94

Perché rappresentare il bene con le camicie a quadri del brav’uomo americano da un lato e un mucchio di gente semi-nuda dall’altra è di una banalità asfissiante, velenosa. A quanto pare nel 2020 qualcuno ancora crede la bontà di un uomo/donna si misuri dalla quantità di pelle mostrata in pubblico, come sostengono giustamente i conduttori del Loser’s Club. È evidente che the Stand rischia di nascere vecchio come il suo romanzo d’origine.

Logico come sia ancora troppo presto per dare un giudizio, tuttavia un trailer è un’anticipazione la cui funzione è quella di traghettare una persona qualunque alle sponde del fan sfegatato morto di hype. Da quando ho visto questi 2 minuti e 14 secondi il mio cervello ha ricalcolato il percorso e ha deciso che d’ora in avanti la serie adattata da King che più attendo è Lisey’s Story. Su cui peraltro ancora non si sa se le riprese abbiano ripreso (pun inteded).

Allo stato attuale delle cose, la mia speranza è che il secondo trailer sarà esplosivo: dobbiamo entrare nel vivo della storia e per quanto sia difficile vendere una pandemia, è giusto prima o poi guardare negli occhi il futuro che King aveva immaginato quasi 50 anni fa per comprendere quello odierno. Per dirne una, dalla parte di Flagg non ci sarebbero donne e uomini seminudi, ma bigotti bastardi contro il 5G, i vaccini e le mascherine.

Carta stampata

King da leggere in arrivo

Nel 2021 è possibile che l’umanità si sia estinta, Trump abbia colonizzato il pianeta o a nostra sopresa gli imbecilli no-vax e compagnia cantante ci avranno uccisi tutti nel sonno. Chi lo sa. Sicuro è che Stephen King uscirà nelle librerie con almeno tre nuovi romanzi. Il primo di cui già sappiamo anche la data di uscita è Later per la Hard Case Crime, ancora nessuna novità però sull’uscita italiana, ma è plausibile sia in contemporanea.

Il secondo lo ha annunciato sempre nell’intervista a EW, ma non si sa esattamente quale sarà: potrebbe essere the Assassin o tutt’altro. Difficile a dirsi, idem sulla sua uscita, immagino però sarà nella seconda metà del 2021 per non far coincidere la sua pubblicazione con quella di Later.
Noto invece anche il numero tre, ovvero il terzo romanzo nella saga iniziata con Richard Chizmar con La scatola dei bottoni di Gwendy. Uscito il secondo con la sola firma di Chizmar, ora il duo torna insieme per conlucere la trilogia. Anche di questo non si conosce la data di pubblicazione. In ogni caso, è un invito al sottoscritto a leggerli.

Studiando King

Fra tanti guai il 2020 si è rivelato essere particolarmente proficuo per chiunque volesse approfondire la sua cultura kinghiana. Il podcast the Kingcast è una vera miniera d’informazioni, mentre the Company of the Mad viviseziona L’ombra dello scorpione in vista dell’imminente serie di cui ho appena scritto sopra. Le sorprese, come già visto in parte allo scorso CineKing, non sono mancate nemmeno nel campo dell’editoria.

Il 27 ottobre per la Oscar Mondadori uscirà in una nuova edizione la novelization a fumetti di Creepshow, scritta da Stephen King e illustrata da Bernie Wrightson, duo che all’epoca collaborò anche per Unico indizio la Luna piena. Il 10 novembre sarà invece disponibile con la constant Sperling & Kupfer un’edizione illustrata da Ana Juan de L’uomo vestito di nero, con incluso il racconto di Hawthone da cui King prese ispirazione.

King sul tavolo operatorio

Veniamo ora ai già usciti, un dispendio di soldi non indifferente, ma che non manca di sorprendere anche in positivo. Ad esempio, the Science of Stephen King uscito il 6 ottobre negli USA e divorato tutto d’un fiato. Rappresenta il terzo capitolo in una serie di libri che indagano sulla scienza dietro figure archetipiche dell’orrore, iniziata con the Science of Monsters e proseguita con the Science of Women in Horror. Sono stato convinto a recuperarli.

Le autrici Meg Hafdahl e Kelly Florence, podcaster, scrittrici e insegnanti, mi hanno dato l’impressione di essere all’interno di uno di quegli episodi di Bones in cui figura l’assistente Nigel. Per chi non avesse seguito il procedurale ispirato dai romanzi di Kathy Reichs, il buon Nigel era noto per essere un dispensatore di aneddoti e fatti sparsi, ed è esattamente la stessa identica sensazione che si ha leggendo the Science of Stephen King, fino all’ultima pagina.

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Hafdahl e Florence percorrono l’intera carriera kinghiana attraverso la quasi totalità dei suoi romanzi, riservando solo ad A volte ritornano il trattamento escludendo tutte le altre raccolte di racconti. A loro discolpa, se si fossero addentrate in quell’oceano non ne sarebbero mai più uscite. Si analizzano così la figura dello psicopompo, tecniche di sopravvivenza contro gli orsi, viaggi nel tempo, leggende e realtà storiche dietro le storie di King.

L’unica nota negativa che mi sento di segnalare è la quarta di copertina. Stando a lei avrei scoperto se fosse possibile o meno che le creature di Secondo turno di notte possano esistere o meno, solo che all’interno del capitolo dedicato ad A volte ritornano vi sono approfondimenti dedicati solo a Materia grigia e a Quitters Inc.. Però a pensarci forse è meglio se non saprò mai o meno se quei topi giganti, rotondi e striscianti siano una possibilità.

La smania del completista

Grande delusione invece per il dispendioso Stephen King sul grande e piccolo schermo scritto da Ian Nathan e pubblicato in Italia da Rizzoli lo scorso 8 settembre. È il classico volume che in inglese si definisce coffee table book, un volumone illustrato/fotografico da tenere più per bellezza che altro. Perché a leggerlo purtroppo se ne ricava ben poco, non sono altro che una sfilza di micro-recensioni abbastanza vaghe su ogni adattamento kinghiano.

Mi è capitato anche di riscontrare un errore, riguardo a Silver Bullet, dove secondo Nathan sostiene l’iniziativa di Unico indizio la Luna piena sia partita da Bernie Wrightson, mentre è risaputo fu l’editore Christopher Zavisa a unire le due menti, allo scopo di creare un calendario.
Notizie che trovate nell’introduzione di King al romanzo, niente di così raro.

Mi è dispiaciuto leggere anche opinioni tranchant su piccole operazioni che avrebbero meritato maggior attenzione, come the Night Flyer, oppure notare che si ripetessero sempre i soliti aneddoti su film su cui si è già scritto di tutto, come the Shining e Stand By Me. Insomma, se volete un libro con delle belle fotografie dai set e una lista di tutti gli adattamenti usciti sino ad oggi (ma proprio tutti, anche l’intera serie di Children of the Corn) con l’eccezione del più recente the Outsider, allora farà la sua porca figura. Altrimenti tenetevi questi 24,90€ in tasca.

King, Kinghiani e Kinghianismi

Spendetene piuttosto 18,00€ per Stephen King. Dal libro allo schermo, raccolta antologica di saggi pubblicata da Minimum Fax e curata da Giacomo Calzoni. Ne accennai al precedente CineKing, in particolare per la piacevole citazione a Francesca a pagina 43, ma avendolo concluso in queste settimane mi sembra doveroso parlarne. Anche perché laddove Ian Nathan offre meno del minimo indispensabile, il testo di Calzoni no.

È anche stavolta un insieme di recensioni di quasi l’intero opus kinghiano, la differenza è che rispetto a Nathan si percepisce la differenza fra un autore-compilatore e degli autori genuinamente interessati a fare le dovute ricerche. Si pongono delle domande che spezzano il circolo vizioso del mito-aneddoto cui inevitabilmente cade quasi chiunque si avvicini all’idea di restituire su carta il valore storico-critico di King nell’immaginario novecentesco.

In tanti si perdono in storielle note alle migliaia di fan accaniti del Re, almeno stavolta si soprassiede e si va oltre, come Andrea Pirruccio che ipotizza altre origini per Doctor Sleep. Tuttavia in mezzo alla cronaca della vita/lavoro kinghiana vi sono anche due capitoli, in particolare, dov’è spesa un’attenzione in più per determinati aspetti della bibliografia di Stephen King: mi riferisco a quelli di Daniele Dottorini e Marco Lazzarotto Muratori.

Il saggio di Dottorini è incentrato su the Shining ed è un’ottima analisi tecnica del film di Kubrick, da aggiungere all’immensa rete di studi critici effettuati sul capolavoro dell’horror. Anziché narrare la solita faida, punta il suo sguardo sui tratti oggettivi e soggettivi degli aspetti letterari e cinematografici delle due opere, ed è una lettura interessante su un testo filmico che non cesserà mai di attirare nuovi tentativi di decifrazione.

Muratori lavora invece sugli anni Novanta “buoni” seguendo al lavoro “sporco” effettuato da Calzoni sulle opere minori che vanno dal 1980 al 1999. Anche se in realtà fra quei piccoletti vivono anche dei discreti film come Calzoni stesso lascia intendere. Con Muratori ci troviamo dunque fra Darabont e Hackford, Singer e il meno gradevole Hicks. Immagino saprete dunque a quale quintetto di film fa riferimento. Se no, a ripetizione, tutti.

È il tratto umano a metà fra penombra e luccicanza in cui analizza l’aspetto umano incarnato da Stephen King in personaggi come John Coffey dal Miglio verde e la distaccata crudeltà del giovane Todd de L’allievo. Il bene e il male sui due piatti della bilancia in attesa di un evento o una creatura che possa mediare – termine felice per descrivere il ruolo di Coffey nella prigione di Cold Mountain – i due lati della nostra esistenza. Va senz’altro letto.

Accademia dixit

La rivista scientifica semestrale IF della Odoya ha pubblicato il 23esimo numero alla fine del 2019, ma io all’epoca non avevo la testa e ignorandone l’esistenza mi sono accorta di lei solo nell’estate del 2020, passeggiando fra gli scaffali della Feltrinelli. Motivo per cui avrei dovuto considerarla tempo addietro, tuttavia non è stato così e oggi posso dirvi di cercarla e comprarla se vi interessa approfondire davvero Stephen King.

Vi sono i soliti cenni storici e aneddoti ultra-noti riproposti da chiunque, però sono in netta minoranza rispetto alle analisi di buona parte degli studiosi chiamati a raccolta per discutere di King, ognuno con la sua lente. L’aspetto che personalmente trovo più interessante è dove questa lente è stata puntata.

Umberto Rossi tratta de La lunga marcia e restando in tema Bachman, il direttore Carlo Bordoni ne parla col suo breve ricordo di quando gli fu rivelato (e lui rifiutò l’idea) come si sapesse chi si celava dietro quello scrittore recluso del New Hampshire. Marco Petrelli sceglie due racconti, Alissa Burger segue il vettore e gli infiniti mondi de La torre nera, Valerio Massimo De Angelis (curatore del numero) parla di 22.11.63 – e in qualche caso non trovandomi molto d’accordo – mentre Roberto Risso opta per Cell e Nicola Paladin Cuori in Atlantide.

Ve ne sono anche altri, ma cosa si può notare a un primo colpo d’occhio? Esatto, niente Shining. Ecco perché fra le pubblicazioni più recenti è di sicuro una delle più interessanti, perché finalmente va oltre il taglio storico e la riproposizione di aneddoti per scendere a fondo nella letteratura di Stephen King. Ed è davvero una rarità, consigliatissima a chiunque voglia studiarlo oltre che conoscerlo, soprattutto per le ricche bibliografie.

Francesca Fichera edizioni

Nel 2021 credo proprio toccherà a “noi”. Il lavoro di collage dei testi kinghiani scritti da Francesca Fichera è completato, ora andranno solo accorpati a dovere seguendo le indicazioni che ci ha lasciato. Successivamente, si passerà alla fase di editing. Insomma, vedrà la luce e quanto prima darò più informazioni su tema e quant’altro!

3 pensieri su “Il mondo è una pagina scritta – CineKing #7

  1. Survivor Type credo sia il singolo racconto più ributtante che abbia mai letto, di King e in generale; mi ha davvero fatto stare male. E’ un’idea così semplice e perversa da risultare geniale, ma a me ha rivoltato lo stomaco. Chiaramente non vedo l’ora di guardare l’episodio che lo adatterà!

    Per The Stand, credo che una banalizzazione dei buoni e dei cattivi sia, in un certo senso inevitabile. Già la distinzione così manichea tra i buoni e cattivi è forse la singola idea più superficiale che Stephen King abbia mai avuto nella sua carriera, come se fosse possibile distinguere così nettamente tra bene e male, una sorta di predestinazione che non lascia spazio alla scelta individuale: i protagonisti non sono attirati da Flagg e Mother Abagail, ma solo da uno mentre l’altro genera terrore. Capisco che The Stand si rifaccia all’epica e al fantasy, per cui una tipizzazione dei personaggi fa parte del gioco, ma resta secondo me un momento molto poco lungimirante; poi sono di parte, visto che ho letto The Stand un paio di anni fa e mi ha lasciato molto freddo.

    Grazie per i consigli di lettura alla fine! Un paio di settimane fa ero sul punto di comprare Dal libro allo schermo (a scatola chiusa, perché essendo coperto dal cellohane non ho nemmeno potuto sfogliarlo), ma a questo punto credo che passerò e cercherò invece l’altro, che sembra decisamente più interessante.

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    1. Nathan lascialo sullo scaffale, sì, o al massimo aspetta che scenda di prezzo da qualche parte su ebay. Non vale la pena! Odoya presto diventerà una rarità credo, invece, non penso ne esistano poi tante copie in circolazione. Meglio affrettarsi!

      Su the Stand sono d’accordo, la distinzione netta era scontata, però la rappresentazione di quelle diversità mi sconcerta. Sembra ideata da una persona degli anni Settanta, appunto, e l’ultima volta che ho controllato sono passati 50 anni. King descrive the Stand come il suo romanzo epico alla Tolkien, ma proprio in LOTR vi era scritto chiaro e tondo quanto sia ininfluente il tuo aspetto, la tua forza fisica, rispetto alla forza d’animo. Quando adattano the Stand, invece, sembrano voler dire che se compri abiti succinti o giacche e cravatte sei automaticamente un bastardo.

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