Pinocchio - CineFatti

Le avventure di Pinocchio

Anche il legno prende vita col talento di Garrone

Credevo mai avrei dovuto sperticarmi in complimenti per Roberto Benigni e Massimo Ceccherini: è questa la magia compiuta dal romano Matteo Garrone col suo Pinocchio di Carlo Collodi. È triste pensare si esaurisca con questa rivoluzione interpretativa il colpo da maestro del regista di Reality e Dogman tornato in pompa magna con grandi effetti e scarsa vitalità.

Vi autorizzo a corcarmi di legnate per quanto leggerete a breve: Pinocchio contrariamente al suo personaggio titolare fatica a prendere vita. Sì è quanto di più scontato si possa scrivere però a giorni dalla visione – precedenza rispetto a Star Wars per il buon Garrone – credo d’aver avuto sullo schermo un film stupendo dal punto di vista scenografico, ma slegato, senza la scintilla.

Un lavoro in poltrona

Tale è anche sulla carta originale macchiata d’inchiostro da Collodi, nel film però il taglio netto tra un capitolo e l’altro non sempre aiuta a rendere Pinocchio un unicum. Da spettatore l’impressione è che Le avventure – come inizio del titolo originale – siano state incollate una a fianco all’altra e a far da legame, quando la storia lo concede, sia solo il contatto con l’incredibile cast.

Esiste e persiste il desiderio d’essere un bambino vero ma svanite le figure iconiche di turno, Garrone abbandona in mano allo spettatore sensazioni bollenti, impossibili da stringere. Soffiaci sopra o falle saltellare sui palmi, l’interesse per un canovaccio comune dev’essere ravvivato con un certo impegno ed è proprio il colpevole di una (tollerabile) pesantezza di fondo.

In poche parole gli autori Garrone e Ceccherini faticano un po’ a impostare sullo schermo il connubio tra fedeltà al testo e narrazione per il cinema. Un difetto rilevante per questo Pinocchio, bilanciato dalla lista dei pregi: rispetto del messaggio di Collodi, interpretazioni magnifiche – lo ripeterò sempre – le scenografie di Dimitri Capuani e i costumi di Massimo Cantini Parrini.

Professione: bellezza

Se un giorno giocando sul vento a favore di Benigni negli USA dovessero mai spedirlo agli Oscar, la troupe sarà senz’altro meritevole di candidature a profusione. Così non dovesse essere chi se ne importa, non abbiamo bisogno degli statunitensi per apprezzare lavori di una bellezza vista raramente in Italia… e infatti nel team c’è Mark Coulier, già dietro Harry Potter.

Insieme a lui Jessica Brooks (date un occhio al suo profilo imdb) e Dario Marianelli alla colonna sonora, giocosa e un po’ malinconica come il bellissimo Geppetto povero di Benigni. Macchietta come suo solito, ma stavolta vestiti gli stracci del pagliaccio triste non se ne separa dando un ritratto sincero di una povertà vissuta fino in fondo e compresa nelle sue necessità.

È lui il protagonista migliore di Pinocchio con quei quattro panni addosso e la fuga dal ridicolo, supera il piccolo Federico Ielapi grazie all’empatia dimostrata da Garrone per il povero padre inascoltato e il giustissimo sguardo critico – non severo – nei confronti del burattino. Pinocchio resta comunque un romanzo di errata formazione, una schiena da raddrizzare.

Raddrizza anche Ceccherini con la Volpe che eclissa il Gatto di Rocco Papaleo e il Mangiafuoco tenero e un po’ teatrale di Gigi Proietti, stesso dicasi per la Fatina di Marine Vacth a cui spetta il ruolo della bellezza onirica in mezzo al pelo folto e arruffato dei malvagi, dei somari e della scimmia con la giustizia capovolta di Teco Celio.

Rompete lo specchio

L’importante è non cascare nel tranello del confronto mettendo a paragone il Pinocchio del fu Luigi Comencini oppure le scelte artistiche dietro Il racconto dei racconti. Le avventure con Nino Manfredi rimarranno nella memoria con la giovialità del sogno di Collodi, nulla a che vedere coi piedi piantati nella realtà da chi non riesce a separarsi da un immaginario di corpi e terra.

Così come manca la crudezza de Il racconto col suo giudizio sulle storie in successione.

Pinocchio è quanto trovereste sugli scaffali se fosse ispirato a una storia vera. Per strada il burattino lo immagineremmo come Ielapi e non come Andrea Balestri. Potrà sembrare il contrario, ma le maschere le indossavano da Comencini, maschere d’uomini per creature fantastiche. Sono diversi Pinocchio coi propri pregi e difetti. La permanenza nella memoria la deciderà il tempo.

Fausto Vernazzani

Voto: 3.5/5

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