Dogman - CineFatti

I luoghi dell’abbandono hanno il nome di Dogman

Dogman: l’inferno oltre la saracinesca

Se n’è tanto parlato prima e dopo il premio cannense per Miglior Attore al semisconosciuto Marcello Fonte, perché con Dogman, come ne L’imbalsamatoreMatteo Garrone ha voluto riportare alla ribalta uno dei più oscuri fatti di cronaca del nostro Paese.

Da sempre attirato dai paesaggi al margine di Roma, Napoli e Caserta, il regista romano ha ribadito l’esistenza di un legame tra periferia e devianza offrendo una liberissima interpretazione dell’efferato delitto del Canaro, avvenuto trent’anni fa in una via della Magliana.

La storia però, assieme ai nomi e ai dettagli che la popolano, slitta silenziosamente nella desolazione sabbiosa di Villaggio Coppola (Castel Volturno) dove Dogman è l’insegna al neon di un negozio di tolette per cani gestito dal mite Marcello, alias di De Negri, e disturbato dalla presenza di Simone (Edoardo Pesce), giovane delinquente del quartiere e futura vittima.

Una violenta solitudine

Chi si aspetta un film pieno di scene raccapriccianti, meglio che non ci vada, al cinema, perché resterebbe deluso

ha dichiarato Garrone a Vanity Fair mettendo un freno ai ragionevoli timori del pubblico – mentre per gli amanti dell’horror, ci ricorda Erica Bolla, un piatto ben diverso verrà servito a breve da Sergio Stivaletti.

La violenza in Dogman rifiuta la chiamata della ricostruzione fedele: cala goccia a goccia, diventa prima verbale e poi fisica. Implode più che esplodere, lasciando che il veleno del racconto del declino sociale di Marcello – graduale, inarrestabile e senza ritorno – sia l’unico elemento capace di ferire in profondità.

Una cosa che l’autore mette in scena lavorando sugli occhi, punti luminosi dei primi piani fotografati da Nicolaj Brüel: lo sguardo puro, curioso e quasi ingenuo del canaro degli inizi che si sporca progressivamente di tristezza fino a riempirsi di disperazione (quella, patetica e insoluta, del finale). E Simoncino che invece gli occhi sembra non averli, sembra vivere di vuoto.

Fermo sui binari

Tutto il film gioca principalmente sull’ammirevole “gioco di coppia” dei due attori principali, scambio di ruoli fra perseguitato e aguzzino che spezza il rigore geometrico dell’inquadratura e aggiunge alla regia satura di simboli di Garrone la ruvida concretezza dei corpi.

Marcello è un omino che condivide la pasta col suo cane e sogna l’oceano con sua figlia, ma resta incagliato nell’acquitrino di una terra dove la crudeltà è contagiosa e i trenini dei vecchi luna park muoiono di ruggine sotto una pioggia eterna. Simone, dal canto suo, abbraccia la madre per finta credendo di controllare la stessa gabbia che lo ospita e che lo ucciderà.

Entrambi sono figure al centro di uno schermo dove la realtà si concede di sognare anche a costo di partorire incubi e strade interrotte. Un cinema che alla fine sceglie di indugiare, rimanere senza parole ed è, per questo, unico e imperfetto nel suo genere, in Italia e nel mondo.

 

Francesca Fichera

Voto: 4/5

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