Piccole donne - CineFatti

Le piccole donne alla prova del tempo

Piccole donne 150 anni dopo

A Francesca, per ricordare i giorni più belli della scuola elementare. Sulla prima pagina del libro la dedica è sbiadita ma ancora leggibile.

Su quegli anni il maestro un po’ si è sbagliato, ma sicuramente quel volume, capitatomi in dono quell’ultimo giorno scuola, non l’ho più abbandonato. Di Piccole Donne, all’epoca già amavo il cartone animato, ma è stato con il libro (anzi i libri) di Louisa May Alcott che l’immersione nel piccolo mondo antico delle sorelle March è stata totale.

Dalla critica letteraria dei primi del Novecento definite “stereotipi di genere”, le quattro sorelle March hanno in realtà saputo resistere alla prova del tempo, portando avanti, ognuna a modo proprio, il desiderio di ritagliarsi il proprio spazio nel mondo: Josephine, per tutti Jo, coltivando il suo lato più fiero e ribelle; Meg civettando con discrezione senza però perdere di vista il buonsenso; Beth combattendo la sua timidezza; Amy destreggiandosi tra vanità e pragmatismo.

L’occasione per riparlare del romanzo del 1868, stampato e tradotto in oltre 50 lingue, arriva grazie alla serie BBC trasmessa in tre episodi da Sky Uno, l’ennesima versione di un classico intramontabile che quest’anno compie 150 anni.

Il (pallido) ricordo delle sorelle March

Una versione che però non convince fino in fondo, vuoi per l’evidente incapacità di aggiungere qualche elemento nuovo al già visto, vuoi per la freddezza delle interpretazioni. Con qualche rara eccezione: Angela Lansbury è una perfetta zia March e lo stesso si può dire della Marmee tratteggiata da Emily Watson. Ma sono le ragazze, l’anima del racconto, a non lasciare il segno.

C’è tutto quello che ti aspetti ma non è abbastanza: Jo (l’esordiente Maya Hawke, figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke) caparbia e indomita con le dita perennemente sporche di inchiostro, Meg (Willa Fitzgerald) dolce e assennata, Beth (Annes Elwy) uccellino spaurito, Amy (Kathryn Newton) frivola e superficiale.

Ritornano le scene madri che tutti ricordano – dalle limette candite, foriere di bacchettate alle mani di Amy, alla trasferta di Meg nel lusso tentatore di casa  Moffett; dall’incidente della vendicativa Amy nel lago ghiacciato alla scarlattina di Beth – e persino l’incipit del libro (Un Natale senza regali non è Natale) che dà il via a una carrellata di abeti natalizi illuminati da candele, giardini innevati, il caldo focolare e le quattro donnine accoccolate ai piedi della mamma saggia e amorevole.

Il prezzo della fedeltà

La regia incolore è di Vanessa Caswill ma l’impronta elegante è quella impressa dalla sceneggiatura (che riunisce i romanzi Piccole donne e Piccole donne crescono) di Heidi Thomas, già ideatrice di Call the Midwife, una miniserie su un gruppo di giovani ostetriche.

La storia segue da vicino le vicissitudini e le ristrettezze economiche  di una famiglia del Massachusetts, negli anni della guerra di Secessione.

Il padre cappellano è partito per il fronte lasciando a casa le piccole donne, ossia la moglie Marmee e le quattro figlie: Meg, la maggiore; l’anticonformista Jo; la dolce Beth, innamorata del pianoforte più che dei suoi simili e la più piccola Amy (Kathryn Newton, vista in Lady Bird), l’esteta di casa.

Le quattro protagoniste dovranno affrontare dolori, piccoli tormenti,  innamoramenti. Ma soprattutto combattere, come le esorta il padre in una lettera, contro i proprio nemici interiori: il caratteraccio di Jo, la civetteria di Meg, la vanità di Amy, il timore degli altri di Beth.

In tutto questo quadro edificante  ma non privo di messaggi femministi (ognuna delle March combatterà per affermarsi con i propri strumenti) si inserisce l’elemento di disturbo: Theodor Lawrence, per tutti Laurie (Jonah Hauer-King, non pervenuto), il giovane vicino di casa che con i suoi modo schietti e gentili aiuterà le March ad uscire dal nido.

Molto – forse troppo – fedele al testo originale, la sceneggiatura scivola via senza emozioni. E allora meglio sarebbe stato tagliare o approfondire, perché tutti conosciamo quella storia e se non ci è possibile innamorarci dei personaggi (o di Laurie) come capitò a chi lesse il libro a dieci anni, la missione non è riuscita.

Scavando nel passato

Possiamo allora rispolverare qualcuna delle vecchie versioni di questo libro per il piccolo e il grande schermo. La miniserie Bbc è solo l’ultima delle numerose trasposizioni filmiche del romanzo della Alcott, in questi giorni curiosamente in libreria con Hospital Sketches (1863), una raccolta di lettere in cui ripercorre i suoi giorni da infermiera volontaria al fronte.

Del 1918 è Little Women di Harley Knoles, con la futura stella del cinema muto Conrad Nagel nei panni di Laurie, mentre del 1933 la versione – splendida e premiata con l’Oscar per la sceneggiatura non originale – di George Cukor con una sontuosa Katherine Hepburn nelle vesti di Jo, tra le più efficaci nel dare spessore alla riflessione sulla condizione femminile e sull’antico conflitto interiore tra il desiderio di essere moglie e diventare indipendente.

Tra gli adattamenti più famosi c’è sicuramente quello di Mervyn LeRoy (1949) con un trio di indimenticabili stelle di Hollywood: Amy/Elizabeth Taylor in una inedita versione biondo platino, Meg/Janet Leigh e Jo/June Allyson, senza dimenticare Rossano Brazzi nei panni del professore tedesco Friedrich Bhaer che farà capitolare la restia Jo.

Più convenzionale rispetto a quella di Cukor, questo adattamento spingeva sui sentimenti più che sulla sottile psicologia femminile.

Versioni per il grande schermo a cui si aggiungono a fine anni Settanta la miniserie Universal in due puntante per la NBC e negli anni Ottanta due versioni anime. Bisogna attendere dieci anni perché arrivi sul grande schermo un nuovo adattamento del romanzo, il primo diretto da una donna.

È il 1994, Claire Danes non è ancora esplosa come Giulietta e Gillian Armstrong la trasforma nella remissiva Beth. A farle compagnia Winona Ryder/Jo, Kirsten Dunst (Samantha Mathis nella versione adulta) as Amy, Trini Alvarado/Meg, Susan Sarandon nel ruolo della madre e Christian Bale in quello di Laurie.

Un adattamento patinato che riesce tuttavia a restituire il calore e la dolcezza di un piccolo mondo operoso.: come Laurie dalla finestra di fronte, anche noi spettatori osserviamo il quadretto edificante di casa March. Un quadro un po’ slegato dal tempo ma ancora suggestivo a 150 anni dall’uscita del romanzo.

Let’s celebrate!

Una data che negli Stati Uniti si preparano a celebrare con numerose iniziative, a cominciare da un blog ufficiale (https://littlewomen150.org/blog) nel quale vengono segnalati tutti gli eventi nel mondo legati all’anniversario:  presentazioni letterarie, gruppi di lettura, visite guidate al Louisa May Alcott’s Orchard House a Concord, Massachusetts, dove l’autrice iniziò a scrivere il romanzo per molti versi autobiografico.

Figlia di un noto filosofo trascendentalista e di una madre suffragetta, come Jo cominciò a scrivere per aiutare economicamente la famiglia in difficoltà e dopo una serie di brevi pubblicazioni su riviste e quotidiani, cominciò a lavorare a Piccole donne. La morte della sorella più giovane e il matrimonio della maggiore, furono un punto di svolta per Louisa May Alcott. Di ritorno dall’esperienza come infermiera durante la Guerra Civile, nel 1868 concluse il primo libro, a cui seguirono Piccole donne crescono e altri due volumi.

Per molti Jo March è chiaramente ispirata alla vita della sua creatrice e negli anni tante lettrici si sono identificate in lei, nella sua forza e nel suo temperamento ribelle. E forse il bello del romanzo e della serie è proprio l’inevitabile ripetersi del gioco dell’immedesimazione. Tu chi vuoi essere? ci si chiedeva da bambine, e ognuna sceglieva la “sua” piccola donna.

Francesca Paciulli

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