Cargo - CineFatti

Tra corto e lungo c’è di mezzo un Cargo

Non tutti i cortometraggi crescono col Cargo giusto.

Iniziò a far rumore come finalista al Tropfest, festival australiano famoso per essere il più grande contenitore di cortometraggi al mondo, poi quando diventò virale in rete nel 2013. Partendo da quel successo Cargo diventò film per la regia e sceneggiatura degli stessi autori del corto Ben HowlingYolanda Ramke ed è ora, dopo una lunga attesa, su Netflix dal 18 maggio.

In fuga da se stessi

Andy (Martin Freeman) ha le ore contate, sua moglie (Susie Porter) una volta diventata zombie lo ha morso e ora vive con al polso un orologio che gli rammenta quanto tempo gli rimane prima di trasformarsi a sua volta.

Il suo unico pensiero è quindi quello di salvare la sua piccola bambina Rosie, portandola in un luogo dove possa vivere al sicuro. Durante il tragitto troverà vari alleati, tra i quali Thoomi (Simone Landers), una ragazza di una tribù convinta che gli zombie siano uomini che hanno perso il loro spirito.

 

Tutto chiacchiere e distintivo

Se nel cortometraggio originale Ramke e Howling regalarono sette minuti commoventi ed efficaci partendo direttamente dalla moglie zombie che morde il marito svenuto dopo un incidente, senza dialoghi e con protagonisti solo un padre, una figlia e il tempo, nel film si vedono tutte le difficoltà di intrattenere il pubblico cercando dialoghi e personaggi all’altezza della situazione.

Cargo parte con un incipit che ci sta tutto, tentando di rispondere alla domanda: come viene morsa la moglie? Si reggono a fatica questi primi trenta minuti di famiglia unita che prova a tirare avanti con gli stenti dovuti all’epidemia, ma è quasi obbligatorio e perdonabile e, in ogni caso, è girato in modo impeccabile con la fotografia davvero stupenda di Geoffrey Simpson.

I problemi nascono quando Cargo segue le vicende di Andy e della bambina come nel cortometraggio. Iniziano a susseguirsi una molteplicità di personaggi di cui alcuni palesemente inutili e a malapena abbozzati. Un esempio è Etta (Kris McQuade) il cui scopo è solo quello di bendare la ferita di Andy.

Intromissioni e lungaggini  che fanno di Cargo una sorta di Into the Wild condito dall’apocalisse zombie. Incontri spesso anche pesanti oltre che insensati, colpevoli di spezzare il ritmo nei momenti frenetici o carichi di pathos, tra l’altro di rado efficaci, in particolare quando più necessari nelle fasi finali.

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Martin Freeman… e poi?

Tuttavia la confezione dal punto di vista tecnico encomiabile e un finale davvero toccante fanno di Cargo un film drammatico che merita di essere visto: l’elemento horror è dato solo dalla presenza degli zombie.

Questo nonostante l’hype, dato soprattutto dalla presenza di Martin Freeman, sia stato leggermente disatteso dallo stravolgimento della sceneggiatura originale.

Il mio consiglio è di guardare prima il corto, poi il lungometraggio e dopo fare le vostre valutazioni: senza Freeman cosa ne sarebbe stato di Cargo? Sarebbe finito nel dimenticatoio come un filmetto nella media o persino peggio?

Roberto Manuel Palo

Voto: 2.5/5

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