Il sacrificio del cervo sacro - CineFatti

Il sacrificio del cervo sacro, Lanthimos in casa Haneke

Arriva il gelo dalla Grecia in tempo per il sacrificio del cervo sacro.

Ne ha fatti di passi da gigante Yorgos Lanthimos dal suo primo successo Kynodontas! Ha due co-produzioni internazionali all’attivo con Il sacrificio del cervo sacro, è stato finanziato per la prima volta coi verdoni degli USA e ha già un tristissimo Colin Farrell come pseudo-attore feticcio hollywoodiano e c’è dell’altro!

Il prossimo 23 novembre negli USA la Fox Searchlight distribuirà The Favourite, un biopic della regina Anna della Gran Bretagna, sovrana dal 1702 al 1707, con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz e Nicholas Hoult. In poche parole è entrato nella rosa dei papabili candidati agli Oscar per la futura edizione del 2019.

Yorgos Lanthimos ce l’ha fatta, ma ritiro le mie parole e dopo aver visto Il sacrificio del cervo sacro, distribuito con notevole ritardo dalla Lucky Red, ci tengo a sostenere una teoria: il greco non si è in realtà mai allontanato dalle atmosfere di Kynodontas, lo stesso dicasi di Alps oppure del suo esordio anglofono The Lobster.

Sessanta fotogrammi al minuto

Sono convinto Lanthimos sia un uomo col cinema al posto degli organi, peraltro una specifica visione autoriale cui non riesce a fare a meno, ne muta solo forma cercando le fratture nella realtà con inserti fantastici in alcune occasioni meno accennati che in altre. Nel caso de Il sacrificio del cervo sacro non siamo ai livelli distopici di The Lobster.

Stavolta il gelo di Lanthimos congela solo una famiglia alto-borghese, Steven (Farrell) è un cardiochirurgo con una bella moglie da mangiare con gli occhi (Nicole Kidman), una figlia con un talento per le materie umanistiche (Raffey Cassidy) e un figlio piccolo portato nelle materie scientifiche (Sunny Suljic). Famiglia perfetta.

L’intruso ha il nome di Martin (Barry Keoghan) e il suo rapporto con Steven non è ben chiaro, ma è percepibile un debito nei suoi confronti. Arriva con calma la motivazione dei loro incontri: il padre di Martin è morto sotto i ferri mentre era di turno uno Steven riempito da un paio di drink. Se sia morto a causa di questo, non si sa.

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Il sacrificio di Agamennone

L’ispirazione piove su Lanthimos dall’Ifigenia in Aulide, tragedia di Euripide di cui restano tracce nella scelta scaraventata con una forza letteralmente sovrannaturale sulle teste di Steven e sua moglie Anna. Improvvisamente prima il figlio Bob poi Kim perdono l’uso delle gambe e l’appetito, senza alcuna ragione fisica evidente.

È la vendetta di Martin, inevitabile e spietata come solo la mente di un adolescente può essere, a non esserlo è invece Lanthimos. La rappresentazione non cede a un ritmo in crescendo né al suo contrario, rifiuta un contatto emotivo coi protagonisti e le vittime. Freddezza è la parola chiave e in questo ricorda nient’altri che Michael Haneke.

Funny Games?

Impossibile guardare Il sacrificio del cervo sacro senza pensare alla versione USA di Funny Games di Michael Haneke, di colpo un estraneo entra in una famiglia e ne fa strage, una feroce critica alla società alto-borghese dove domina un bianco ipocrita. Mondi separati dalla ricchezza e distrutti con violenza dall’occhio di Haneke.

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Lanthimos non è didascalico nella scenografia come Haneke nel suo auto-remake, mantiene però una distanza aggressiva e indifferente a tratti nei confronti dei suoi personaggi, per cui è chiaro non prova alcuna simpatia. Né la proverà lo spettatore quando La scelta di Sophie verrà analizzata e studiata senza emozioni.

È uno sguardo disilluso a una vita dove il battito cardiaco non scende e non sale, una sequela di sguardi rivolti dall’interno verso l’esterno o scambiati a distanze di sicurezza dai personaggi, evitando accuratamente di registrare dei primi piani troppo ravvicinati se non quando necessario per entrare nella perversione del distacco violento.

Happy End

Un approccio abbastanza simile lo ebbe sempre Haneke con la sua marcia famiglia protagonista dell’Happy End targato 2017. Immagini di un privilegio fetido senza amore, solo una tensione verso la morte resa ancora più fredda dall’uso sfrenato delle nuove tecnologie digitali, di cui Lanthimos non ha bisogno, basta il suo sguardo.

Sono sufficienti il gelo di Nicole Kidman e l’innata tristezza di Colin Farrell non appena si fa crescere un po’ di barba e baffi – sul serio, col pelo lungo cambia espressività – oltre alla distanza della macchina da presa. Un dettaglio assente dal ritratto dell’intimità defunta di The Lobster, un film col vantaggio di una storia in evoluzione.

Il sacrificio del cervo sacro schierando le sue poche carte narrative a disposizione abbastanza in fretta e senza voler offrire inutili spiegazioni che romperebbero il ghiaccio, procede in modo piatto e ricercando sviluppi nelle semplici assurdità nate dalle reazioni ferali dei protagonisti. Keoghan, bravissimo, dà i brividi.

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In questo si differenzia da The Lobster e a seconda dei gusti può essere dunque visto come migliore o peggiore, ma nei fatti entrambi mantengono una visione unitaria che rende difficile separarli. È la dimensione del predecessore a dargli maggior ampiezza, restano però fratelli assai simili in cui il più crudele dei due è senz’altro Il sacrificio.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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