The Lobster (Yorgos Lanthimos, 2015)

di Victor Musetti.

E alla fine ci è cascato pure lui, Yorgos Lanthimos, l’iniziatore della cosiddetta Nouvelle Vague greca (o Nuovo Cinema greco che dir si voglia), che fino a qualche anno fa, prima di quella impensabile e spiazzante candidatura in cinquina per gli Oscar al Miglior Film Straniero con Dogtooth, era considerato un regista di nicchia, apprezzato da molti ma amato da pochi. Non contento dell’enorme fetta di pubblico guadagnatosi internazionalmente con il supporto della produttrice e regista Attina Rachel Tsangari, ha sentito il bisogno di allargare i propri orizzonti oltre oceano, come se quello di girare un film in lingua inglese fosse un passaggio obbligato di ogni regista che voglia farsi un nome all’interno del settore.

In The Lobster siamo, come sempre nel cinema di Lanthimos, in una realtà immaginaria, in questo caso in un ipotetico futuro prossimo della nostra società. David (Colin Farrell) è stato appena lasciato dalla moglie e, come la legge prevede, viene portato in un hotel insieme ad altre persone single dove ha a disposizione 45 giorni per trovare una nuova compagna. Allo scadere del tempo ogni visitatore che non sia riuscito ad accoppiarsi viene trasformato in un animale a propria scelta e liberato nel bosco. L’unico modo che gli ospitanti hanno di prolungare la propria permanenza nell’hotel è di collezionare un alto numero di catture durante le partite di caccia cui sono costretti a prendere parte. Le prede sono uomini e donne solitari, fuggitivi dello stato che vivono in una comunità autogestita in mezzo alla natura e che rifiutano di accoppiarsi.

Lanthimos ce l’ha messa tutta per creare il soggetto perfetto. E lo sforzo si nota davvero tanto, soprattutto per la quantità di temi che la sua sceneggiatura arriva ad abbracciare, senza il bisogno di far vedere niente (o quasi). E non stupisce il fatto che la sua principale fonte d’ispirazione siano stati i reality show inglesi, da quanto il film sia impregnato delle dinamiche sociali più comuni, e al tempo stesso più assurde. Il tema di fondo è, come in tutti i film di Lanthimos, quello della natura umana più selvaggia. Uomini che, una volta sprovvisti di ogni sovrastruttura culturale, sono ridotti a contenitori vuoti in cui introdurre a proprio piacimento idee e schemi comportamentali, come cavie da laboratorio. Uomini che rispondono unicamente dei propri istinti e delle proprie funzioni naturali, come eterni bambini o, appunto, animali.

L’estetica ormai consolidata del cinema di Lanthimos è in questo caso smussata negli angoli, addolcita dal proprio schematismo rigoroso e per certi versi inaccessibile. Addirittura la sceneggiatura, che in passato si distingueva per un ermetismo glaciale, che suggeriva quasi di trovarsi di fronte a personaggi e situazioni di un altro pianeta, si fa qui più aperta, con addirittura un invadente utilizzo della voce off che va a colmare tutti quei silenzi così caratteristici del suo cinema. Per la prima volta in un film di Lanthimos tutto è spiegato a parole, come a voler arrivare a tutti i costi al maggior numero di spettatori possibile. Il prezzo da pagare è pero quello di una leggerezza di fondo totalmente inedita nel suo cinema, con il culmine di una caduta di stile esagerata nel teatrino messo in scena per gli ospiti dell’hotel in cui vengono loro mostrate le differenze tra la vita solitaria e la vita di coppia.

Lanthimos vuole assolutamente ripetere il miracolo di Dogtooth (ad oggi suo capolavoro insuperato) da cui riprende anche un finale estremamente simile. Vuole, insomma, realizzare un film di culto a livello internazionale, rendendo il suo stile unico un vero e proprio brand, sperando di diventare un novello Lars Von Trier ricco e acclamato in tutto il mondo. Inutile dire che se c’era un motivo per cui amare Lanthimos era proprio l’impressione di un anticonformismo formale e contenutistico quasi talebano nel suo cinema. In attesa di vedere se sarà in grado di rinnovare il proprio registro in modo interessante in futuro, The Lobster è comunque uno dei migliori film dell’anno, pur essendo senza ombra di dubbio il suo peggiore. E il che è tutto dire.

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