The Following

The Following – Focus

di Francesca Paciulli.

Il cappuccio calato sul viso segnato: Ryan Hardy, ormai l’ombra di se stesso, si allontana verso un futuro incerto e malinconico. Non può mettere a rischio la vita dei suoi affetti: Gwen, il bambino che sta per nascere, sua nipote Max. Meglio lasciarsi tutto e tutti alle spalle e andarsene, ovviamente non prima di aver ucciso la collega traditrice e averle confessato che non avrà pace fino a che non metterà fine all’esistenza di tutti loschi (e ricchissimi) figuri collegati alla misteriosa Eliza.

Non è che ora che Dexter si è reinventato falegname, il detective dell’FBI Ryan Hardy-Kevin Bacon prenderà il suo posto come giustiziere e castiga serial killer? È un po’ quello che sembra suggerire il finale della terza stagione di The Following. Probabilmente non lo sapremo mai: quella appena terminata in Italia, è la stagione conclusiva della serie. A meno che il network Hulu, a cui Fox ha venduto i diritti, non decida di mettere in cantiere una quarta stagione.

A quel punto potremmo capire qualcosa di più di uno dei personaggi più interessanti della serie, Eliza, la più credibile dei numerosi “cattivi” di questa terza stagione, nonostante poche battute e ancora meno inquadrature. Proprio il personaggio interpretato dall’affascinante interprete afghana Annet Mahendru (The Americans) è una tra le cose migliori di questa terza stagione. Dietro l’immagine patinata e innocua da donna in carriera si cela infatti una rete di morbosi e pericolosi serial killer accomunati da un solido conto in banca. E proprio grazie alle ricche finanze possono perpetrare nefandezze di ogni sorta, mantenendo segreta la loro identità.

Per Ryan e la sua squadra (il suo capo Gina Mendez, Max e il collega Mike Weston, sempre più assetato di vendetta) trovarli potrebbe essere più complicato. Almeno più di quanto non lo sia stato in questa stagione mettersi sulle tracce dell’hacker assassino Theo Noble (Michael Ealy), allievo del malefico Dr Strauss.
In realtà, a Ryan bastano un paio di giri in auto e qualche intercettazione per scovarlo. E poi si sa, tutti hanno un punto debole, e nel caso di Theo, è la sorella tossica. Trovata lei, tutto sarà in discesa.

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E in tutto questo, si chiederanno gli estimatori della prima ora di The Following, che fine ha fatto Joe Carroll (James Purefoy), il serial killer-scrittore fissato con Edgar Allan Poe? A questo giro, gli sceneggiatori hanno pensato bene di relegare Joe – catturato alla fine della seconda stagione – nel braccio della morte e poi, dopo averlo tolto di mezzo, di farlo tornare come allucinazione-ossessione del sempre più tormentato Hardy.
Proprio per “colpa” di Carroll, Ryan precipita nuovamente nel vortice del vizio ad alta gradazione alcolica e in una spirale di violenza che rischia di portarlo ad assomigliare sempre più al suo storico nemico.

Tutto era cominciato nel 2013 con l’esordio della serie creata da Kevin Williamson che, sfruttando abilmente l’onda crescente dei social e spingendo molto sulla messa in scena visiva della violenza ruotava attorno ai follower-seguaci del professore e omicida Joe Carroll (Purefoy, che più passano gli episodi e più entra in parte facendoci dimenticare l’adorabile aria da Lord inglese), pronti a tutto pur di entrare nelle sue grazie ed essere ammessi alla sua corte.
E i detective FBI Ryan Hardy e Mike Weston (Shwan Ashmore) a dargli la caccia per tutta la prima stagione fino all’annunciata resa dei conti sul faro, con tanto di morte (apparente) di Joe, pronto a tornare più letale che mai nella seconda stagione. Ed è qui che arrivano i primi problemi: buona parte delle belle premesse della prima stagione vengono vanificate dall’inserimento di una serie di villain privi di carisma: dalla morbosa famigliola Gray (mamma Lily e i gemelli Mark e Luke) alla ex-baby sitter psicotica Emma; dal (sacrificabile) santone di una setta al Dr Strass, mentore di Carroll.

Una serie dal ritmo altalenante che però con un colpo d’ala ti stupisce grazie a una terza stagione efficace, soprattutto nel ritmo: ogni episodio si chiude con un colpo di scena. E sì, ci vuole un bello sforzo di memoria per tenere a mente i nomi di tutti i cattivi (il gemello superstite, gli sposini malefici Daisy e Kyle, il Dr. Strauss, il maiuscolo Carroll, Theo,  Eliza, la setta di ricchissimi serial killer, la talpa nell’FBI), ma va bene così, ci sono suspense e intrattenimento.

E ci sono Kevin Bacon, eroe solitario sempre più simile nel suo destino da cow boy urbano al Jack Bauer di 24, e i suoi aiutanti, il fedele collega Mike e Max. È chiaro a tutti che quei due finiranno insieme e a fasi alterne rischiano pure di rimetterci la vita, perché anziché scappare dal serial killer di turno si lanciano languide occhiate. Ma si salvano sempre, perché con la loro determinazione e le loro belle facce di un’ipotetica stagione numero quattro sarebbero i protagonisti ideali. Ryan, anche tu: se ti va di tornare, ti aspettiamo.

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