Wonder - CineFatti

Wonder (Stephen Chbosky, 2017)

Wonder vuol dire prodigio, ma soprattutto stupore.

Difficile non trasformare la storia di un bambino affetto dalla Sindrome di Treacher Collins in un polpettone strappalacrime. Ecco cos’ha di prodigioso Wonder di Stephen Chbosky: pur essendo (inevitabilmente) commovente, ha tutto fuorché la pesantezza del dramma costruito al solo scopo di sciogliere i cuori.

Eppure la vicenda raccontata da R. J. Palacio nel suo best-seller sembra muoversi interamente sul sottile confine fra norma ed eccezione. E l’eccezione in questo caso reca il nome di Auggie Pullman, vittima di una complessa serie di concause e coincidenze genetiche che lo hanno portato a nascere con una faccia a cui la gente prima o poi si abitua.

Prima? Poi? Dopo dieci anni trascorsi nella gabbia dorata di un appartamento nell’Upper Manhattan, Auggie (Jacob Tremblay) è costretto a rispondere all’immenso interrogativo dalla madre (Julia Roberts) che gli propone di iscriversi a scuola per la prima volta.

Just My Imagination?

Quando il piccolo accetta la sfida non sa ancora liberarsi del suo casco di astronauta, regalo della migliore amica della sorella Olivia (Izabela Vidovic). Una maschera, certo, ma anche un tenerissimo segno distintivo dell’immaginario che Auggie ha edificato nel corso della sua infanzia da recluso appassionandosi alla scienza e all’astronomia.

È in quel cielo che Wonder lancia il proprio pubblico, è con quel casco che sceglie di presentare e caratterizzare il protagonista della storia: con il mondo dei sogni che ha imparato a pensare, disegnare ed abitare fra le quattro mura della sua reggia (e sotto una trapunta degna di Toy Story).

Se esistono molti modi di (de)scrivere l’interiorità Chbosky e Palacio hanno saputo individuare quello giusto. Gusti, consumi, passioni fanno la differenza più dei tratti somatici; immaginare di incontrare Chewbacca all’uscita da scuola può perfino rappresentare una fonte (tutta personale) di salvezza. Come? La regia non esita a mostrarlo, e in una maniera davvero divertente.

 

Uno di molti

Segue a ruota il secondo prodigio di Wonder: la coralità, l’ultima cosa da aspettarsi da un one man show così dichiarato. Tutta apparenza che Chbosky va a scardinare dividendo il tempo del racconto in briosi siparietti narrati dagli stessi personaggi che ne sono protagonisti.

Per quanto sembri che ci sia solo Auggie, non c’è solo Auggie. Il sistema solare della famiglia Pullman ha anche le proprie normalissime rivoluzioni a cui pensare – una tesi da concludere, il lavoro, i lutti, amici che vanno e amori che vengono.

Gli sguardi degli altri, gli stessi che paiono convergere sempre e comunque sul piccolo sole eclissato (sun son) di casa, vengono mostrati mentre s’impegnano a seguire le nuove traiettorie che la vita impone loro.

Beata imperfezione

Non tutti purtroppo ricevono l’approfondimento che meriterebbero – per esempio Owen Wilson, figura paterna relegata a un ruolo più che marginale. A scapito del perfetto equilibrio fra dramma e commedia che raggiunge, la camminata sulle uova compiuta da Wonder qualche guscio finisce umanamente col romperlo.

È imperfetta come ciò di cui parla e per questo, fra il lieto fine scontato e i buoni sentimenti un tanto al chilo, resta coerente. E piacevole, come la canzone di Natalie Merchant dove tutto iniziò e tutto finisce. Al di là di qualsiasi previsione.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

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