Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Sulle spiagge di Dunkirk s’innalza la nuova vuota architettura di Nolan.

Dunkirk, la decima opera di Christopher Nolan è nelle sale italiane da pochi giorni, con un incasso di quasi 3 milioni di euro al suo primo weekend, e da più parti si grida già al capolavoro. Come succede sempre con i film del regista inglese, il pubblico e la critica sono spaccati a metà tra fanatismo estremista e denigrazione bieca, a tal punto che sembra impossibile accostarvisi con un atteggiamento “intellettualmente corretto”, senza farsi trascinare da antipatie contagiose o proselitismi ipertrofici, cercando di non sovrapporre l’occhio dell’artista e l’occhio del pubblico.

Lo stupore su Dunkerque

L’ispirazione per un film sull’evacuazione di 400’000 soldati britannici bloccati sulla spiaggia francese di Dunkerque durante la Seconda Guerra Mondiale risale agli anni Novanta, quando il regista attraversò il Canale della Manica insieme alla moglie.

Una forte ispirazione che lo spinse a convincere la produzione a investire sul più grande numero di navi mai utilizzate prima in un set, circa 50, per avere un impatto realistico sugli spettatori e sul cast stesso.

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Affondare i piedi nella storia

Nolan ha infatti guidato i suoi attori nella direzione più lontana possibile dalla finzione, come se non stessero recitando, ma facendo esperienza della storia che avrebbero portato sullo schermo.

I giovani esordienti come Fionn Whitehead e Harry Styles raccontano che nelle scene dei bombardamenti non si seguiva la sceneggiatura, le loro reazioni venivano provocate a crudo dall’utilizzo massiccio dei mezzi scenici.

Visto da questa prospettiva Nolan è davvero un prestigiatore, uno che imprime senza filtri le emozioni e i gesti su un fotogramma largo 65 millimetri.

L’intreccio analogico/digitale

Anche stavolta, come per Interstellar, da cui riprende il direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema, sceglie la tecnologia analogica e favorisce l’IMAX, per restituire al pubblico in sala l’esperienza della immersione completa negli eventi rappresentati, un concetto su cui la Warner Bros ha battuto molto durante la campagna marketing.

Non c’è dubbio che Dunkirk sia, dal punto di vista formale, un vero e proprio masterpiece, il “pezzo” di un “maestro” delle immagini, di un feticista dell’estetica.

Le ottave di Zimmer

All’interno di questa sfida estrema al dettaglio dell’alta definizione, la colonna sonora di Hans Zimmer è la proiezione dell’aria metallica e febbrile che attraversa i tre blocchi narrativi del film: mare, cielo e terra.

Nel comporla il musicista ha utilizzato il metodo della Scala Shepard, un’illusione acustica per cui suonando la stessa scala su ottave diverse, l’orecchio ha la sensazione di assorbire un tono sempre ascendente.

L’ossessione dell’attesa riflessa dalle musiche di Zimmer si riverbera sui tre diversi spazi e tempi di Dunkirk succitati che, ossimoricamente, quanto più si allargano verso la via di fuga, tanto più schiacciano i soldati intrappolati.

Fragile coralità

Questa compressione psicologica asfissiante si incarna visivamente nella mancanza di un vero volto protagonista, rimpiazzato da una moltitudine di facce e di elementi che ondeggiano come uno sciame. A proposito di insetti, memorabile la scena dello Spitfire che atterra in mare con fragilità, come una libellula suicida.

Tom Hardy, pilota di caccia e custode del cielo, è uno dei pochi personaggi a dominare in modo costante lo schermo insieme a Mark Rylance, forse proprio per il suo ruolo di cavaliere dell’aria, a difesa di un esercito disarmato e privo di una patria, quasi visibile a occhio nudo dalla spiaggia.

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La torre vuota di Nolan

È proprio qui che l’acclamata rivoluzione di Dunkirk perde la sua maschera di gloria e rimane a galla in mezzo alle acque della Manica, senza approdare su nessuna delle due coste: quando entra in scena “La Patria”, trionfante e solenne con tanto di crescendo d’archi.

L’architettura estetica costruita da Nolan diventa un bell’edificio d’avanguardia, ma terribile e vuoto, svuotato dalla solita retorica, un’antica ventata di nazionalismo decontestualizzato e innecessario.

Di certo sa come imprimere il suo sigillo: campo lungo, cieli accecanti e strenuo rifiuto di un irrinunciabile, umanissimo senso della sconfitta.

Sofia Santosuosso

Voto: 3/5

6 pensieri su “Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

  1. Anch’io mi sento preso nel mezzo fra gli estremismi che seguono ogni lavoro di Nolan, io che già lo chiamavo genio quando in un piccolo cinema di Roma vidi – insieme a soli altri 2 spettatori il suo “Memento”. Dovrei essere fra gli estremisti del “Nolan non si tocca”, invece le scelte che ha fatto me lo fanno “toccare” parecchio. Quanto leggo dalla tua rece fa aumentare il mio preconcetto su questo film, che temo sarà una visione molto pesante e straziante… (Non nel senso buono!)

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  2. una bellissima recensione, complimenti.
    ho aspettato di vedere il film e scrivere la mia opinione, prima di leggere le tante cose che si sono scritte su Dunkirk, proprio per non farmi influenzare…
    e devo dire che la tua chiave di lettura è molto interessante, oltre che profonda…

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