FEFF19: un trans che si chiama mamma

Perché a Udine i riscaldamenti sono sempre accesi?

Pressati da questo seccante interrogativo ci siamo avviati per la terza volta verso il Teatro Nuovo, nel cuore del Far East Film Festival. Stanchi – il carico di sonno arretrato comincia già a crescere – ma felici: salvo qualche eccezionale sfumatura non c’è infatti film che ci abbia fatto venire voglia di lasciare la sala. A un festival del cinema non c’è quasi nient’altro da chiedere.

Anche se…

Corea in azione con The Prison

Con un action ad alto tasso di contenuti politici si apre invece il festival per la Sud Corea, il The Prison che annuncia al mondo il debutto alla regia di Na Hyun, sceneggiatore con esperienza decennale, la penna di My Way e May 18.

Viziati come siamo dalla cinematografia della penisola asiatica avevamo aspettative di un certo livello, tuttavia con The Prison galleggiamo poco al di sopra della mediocrità. Pur vantando un cruento e glaciale Han Suk-kyu, Na Hyun è troppo concentrato sugli affatto sottili rimandi allo scandalo della ex presidentessa Park Geun-hye.

Con gli occhi persi verso il cielo il regista segue un approccio che allontana la regia dai personaggi, crea un concerto di sequenze d’azione slegate dal plot politico e prive di pathos, dandoci molto poco per affezionarci a ogni singolo personaggio. Al di là della professione sappiamo poco e nulla. È sufficiente per due ore di intrattenimento ma non di più. Kim Rae-won poi, poliziotto imprigionato, pur provando a imitare Hwang Jung-min è privo del suo enorme carisma.
Voto: 3/5

Il mistero di Godspeed

Stregato com’ero dall’horror psicologico Soul non potevo che traboccare hype per Godspeed, quarto film del regista taiwanese Chung Mong-hong. Nonostante le attese non siano state corrisposte Godspeed ha diversi elementi che salvano la totale assenza di una trama vera e propria, storia di un povero e anziano tassista e della sua amicizia con un fattorino della droga, in viaggio da Taipei al profondo e desolato sud dell’isola.

Primo tra tutti sono dei meravigliosi dialoghi, senza una direzione ma così accattivanti da lasciare a bocca aperta – la storia dell’orologio Rolls-Jordan la ricorderò per sempre – idem le inquietanti atmosfere ereditate dall’esperienza dello splendido Soul, efficaci pur facendo parte di un thriller regolare… a cui non mancano un paio di scene ingegnose ma molto, molto cruente.

Cosa volesse dire però è un mistero. I messaggi sono contrastanti e tutto lascia presagire che Chung Mong-hong volesse parlare della sua Taiwan: come nuova ma mai davvero nuova. Come il divano di Fratello Tou.
Voto: 3/5

Il grande ritorno di Naoko Ogigami

Ci era rimasta in testa – come ricordato anche dalla Barracetti – con il motivetto del suo dolce e originale Rent-a-cat. Ora Naoko Ogigami, ospite del FEFF, è riuscita a far breccia anche nei sentimenti del pubblico udinese grazie alla commovente storia di Close Knit. 

Regia morbida, sceneggiatura cesellata, attori eccellenti (la bambina protagonista su tutti) perfetto equilibrio fra ironia e dramma sono solo alcuni degli elementi che rendono il nuovo film della Ogigami – sulla realtà dei transgender ma anche sui luoghi comuni dell’essere madre e dell’essere figli – una delle visioni più gradevoli del festival.

Almeno finora.

Voto: 4.5/5

Francesca Fichera e Fausto Vernazzani





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