Planetarium - CineFatti

Planetarium (Rebecca Zlotowski, 2016)

Il mistero di Planetarium.

Una pioggia di stelle, critiche positive e riconoscimenti cade su Rebecca Zlotowski . Varrà lo stesso anche per il suo Planetarium, distribuito in Italia da Officine Ubu? La risposta arriva presto, a metà strada fra un trailer necessariamente ingannevole e un film sull’inganno che inganna a propria volta.

D’altra parte quale può essere la verità – se di verità è concesso parlare – quando c’è di mezzo lo spiritismo? Nel cammino storico della pratica (o messinscena?) della seduta spiritica s’incunea la vicenda delle sorelle Fox – cui il film della Zlotowski è in parte ispirato – sullo sfondo di un’Europa pronta a precipitare nel baratro dei totalitarismi.

Siamo dunque negli anni Trenta del Novecento, solo che non si capirebbe se non fosse per la foggia degli abiti delle protagoniste femminili Laura (Natalie Portman) e Kate (Lily-Rose Depp) e per alcuni dettagli che attraversano lo schermo come comete. A restare invece è senza dubbio la presenza assolutamente magnetica della Portman, subito (e letteralmente) in scena nei panni di un’imbonitrice che ricorda per fattezze e gestualità Victor Victoria.

Il teatrino parigino che la ospita assieme alla sorella ha però più un che di lynchano, quasi volesse rievocare il Club Silençio di Mulholland Drive. E in fin dei conti la somiglianza esiste e va anche oltre, perché ha a che fare con l’intenzione comune a entrambi i film: una riflessione sulla rappresentazione del reale e sui limiti e le magie che possiede.

La società dello spettacolo

Per quanto in modi e su livelli differenti, Kate e Laura entrano rapidamente a far parte dell’immaginario collettivo: la prima grazie al suo misterioso dono, la seconda in virtù dell’altrettanto fantomatico carisma che le appartiene. Inutile dirlo, l’elemento sovrannaturale ha la meglio e fa da traino a tutto il resto. Il produttore francese André Korben (Emmanuel Salinger) lo sceglie a mo’ di fulcro del suo prossimo film; ingaggia le ragazze, le ospita a casa sua, instaura con loro un rapporto di convivenza che sfocia in abitudini e atmosfere intrise di morbosità.

A questo punto Planetarium comincia a perdere colpi suggerendoci la stessa ambiguità à la David Lynch di cui sopra, privata però della coerenza visionaria ed estetica del suo cinema. Poco può fare la pur bravissima e vibrante Portman, confermatasi attrice capace di accettare le più ardue sfide del cinema d’autore: star assoluta di questo Planetarium, non riesce comunque a riaccenderne il cielo spento da una sceneggiatura odiosamente cerebrale ed ermetica.

Una stella a sei punte

Per la Zlotowski infatti lo spiritismo e i suoi miti irrimediabilmente connessi alla sfera dell’immaginario e della spettacolarità nascondono la narrazione (e la denuncia) dell’antisemitismo. Nel labirinto di tentazioni, illusioni e stranezze da lei dipinto ne emergono gli indizi in un crescendo che culmina con forse l’unico momento sensato del film, quando si invita a spegnere la telecamera perché la commedia è diventata tragedia.

Planetarium - Kate e Laura

Eppure sfugge – anche a chi se ne interessa per studio – la dimensione del confine fra un sincero ma un po’ incerto omaggio all’industria culturale e la sua critica, come se Planetarium avesse voluto fotografare un mondo terrorizzato che cercava di distrarsi con le storie e che, come Quasimodo nella sua poesia delle cetre, una volta costretto a guardare l’orrore negli occhi avrebbe preferito chiuderli e smettere di raccontare; anche al cinema.

Qualunque cosa volesse donarci la Zlotowski giace sul fondo di una bellissima scatola trasparente, ma chiusa a chiave.

 

 

Francesca Fichera

Voto: 2/5

3 pensieri su “Planetarium (Rebecca Zlotowski, 2016)

  1. Vi auguro Buona Pasqua con il mio commento su questo film che ho visto ieri, che non mi ha colpito molto. Il tema trattato non é originale(ci sono svariati film al riguardo) cosí come l’impostazione metacinematografica. Buona l’interpretazione di Natalie Portman, meno convincente la figlia di Johnny Depp, poco espressiva. Tuttavia quello che ho gradito di meno é l’impressione che il film non riesca realmente a comunicare con lo spettatore, nulla ti spinge a proseguire con la visione, si poteva fare di piú.

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