Demolition - CineFatti

Demolition (Jean-Marc Vallée, 2016)

Demolition… di una metafora.

Tornano i protagonisti assoluti del cinema di Jean-Marc Vallée, con un Jake Gyllenhaal che invade la scena di Demolition nella stessa misura (ma con modi diversi) del McConaughey di Dallas Buyers Club e la Reese Witherspoon di Wild.

La storia d’altra parte non è nuova, tornata a suo tempo in auge anche da noi grazie al mediocre Caos calmo di Sandro Veronesi, sui lati in ombra dell’elaborazione del lutto e, più in generale, delle menti e dei senti-menti umani.

Cosa significa per un uomo perdere d’improvviso la propria moglie?

Nel provare a rispondere alla domanda, Demolition tenta la strada dell’originalità, impostando sin da subito un contesto narrativo votato all’inconsueto e alla stranezza e, soprattutto, portandolo avanti con coerenza fino al risveglio realistico degli ultimi trenta minuti.

Guardare il film di Vallée è come guardare un sogno (o un incubo, a seconda dei punti di vista), lo stesso sogno nel cui torpore si ritrova immerso il protagonista Davis Mitchell, circondato da personaggi in parte, e per fortuna, emancipati dai cliché che li vorrebbero relegati ai soliti ruoli: l'”uomo distrutto” al centro della storia si dedica, sì, alle distrazioni, ma non a quelle comunemente intese, come la presenza di Naomi Watts ed alcune immagini del trailer farebbero volentieri pensare.

 

 

“Suddenly, everything became a metaphor”

Il problema, più che altro, sta in un certo autocompiacimento che comincia dalle cadute didascaliche della sceneggiatura di Bryan Sipe per allargarsi al settaggio registico. Se c’è un grosso difetto in Demolition, è quello di ricordare periodicamente agli spettatori la sua vocazione e funzione metaforica.

Perché Davis Mitchell, lettore e voce narrante delle sue lettere, dev’essere l’albero caduto a bordo della strada, il frigorifero rotto, la casa da demolire. Ed un film intitolato Demolizione che nomina la demolizione stessa (e suoi derivati) un numero infinito di volte, corre il rischio di risultare ridondante, pur contenendo un dialogo costruito al solo scopo di giustificarne i motivi.

L’atmosfera

E tuttavia Vallée riesce comunque a far pendere l’ago verso un bilancio tutto sommato positivo, impregnando il tessuto del suo racconto della calda e improvvisa malinconia dei flashback, dell’odore di vuoto di un letto a due piazze occupato a metà, dei post-it ritrovati troppo tardi.

Il modesto Gyllenhaal, nei panni di un uomo caduto nel baratro e impegnato a risalire, sia in superficie che, con l’aiuto del piccolo e notevole Chris (Judah Lewis), al suo essere bambino, rappresenta l’unica parte in movimento di un mondo (fotografato da Yves Bélanger) che appare congelato dalla solitudine, fra i pochi concetti destinati a schiudersi con discrezione agli occhi del pubblico.

 

Poi, ecco, ogni percorso di conoscenza porta a una liberazione – da che cosa, dipende dai casi – ed è qui che l’originalità di Demolition cede il passo alla “tradizione”, lasciando al regista lo spazio per apporre la sua personale e ormai tipica firma: quella nota di ottimismo, dal sapore di retorica non troppo vago, che potrebbe far storcere il naso a più di qualcuno.

Francesca Fichera

4 pensieri su “Demolition (Jean-Marc Vallée, 2016)

    1. Pleonastico senz’altro, hai usato il termine giusto. Non concordo invece sui personaggi, che io ho trovato perfettamente integrati con il contesto surreale della storia; a cominciare dal protagonista, a tutto tondo come quelli dei film precedenti (che io ho detestato). Questo mi è sembrato un apprezzabile tentativo, anche se non del tutto riuscito, di smarcarsi dalla piacioneria e provare a fare qualcosa di diverso pur partendo da un intreccio già visto.

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  1. Non metto in dubbio, ma è talmente irrisolto, insulso, che pur un ottimo personaggio principale e le sue motivazioni a mio avviso vengono sacrificate a un’opera di piccolo dettagli, sfumature, ma per far che esse diventino cinema, ci vuole anche un regista eccezionale.Mi è piaciuta la sequenza al cimitero, ma avrebbe meritato di più.

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    1. Se ti riferisci sempre alla storia parallela di madre e figlio, secondo me ha saputo rappresentare (anche troppo, come dicevo e dicevamo le didascalie sprizzano da ogni poro!) la giusta versione speculare dell’incapacità di ascolto e comprensione di cui Davis si sente colpevole; aiuta a guardare al problema dal lato della vittima e del carnefice, per usare un paradosso.
      La scena al cimitero è piaciuta molto anche a me. D’altra parte, per la considerazione che ho di Vallée credo che da un soggetto simile difficilmente avrebbe potuto cavare qualcosa di più: a mio avviso, lui è lungi dall’essere un regista eccezionale (non so per te).

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