Bitter Money

Bitter Money (Wang Bing, 2016)

Bitter Money: giovanissimi in cerca di lavoro nell’est della Cina – di Victor Musetti.

Fresco vincitore del Premio alla Miglior Sceneggiatura nella sezione Orizzonti di Venezia, Bitter Money di Wang Bing è, paradossalmente, un film che di sceneggiatura non ne ha alcuna.

Girato tra il 2012 e il 2014, Bitter Money è la cronaca ravvicinata di un fenomeno diffusissimo nella Cina orientale: quello della migrazione nelle grandi città di tantissimi giovani disoccupati in cerca d’impiego principalmente nell’industria tessile.

Concentrato inizialmente su tre personaggi, Xiao Min, Ling Ling e Lao Yeh, Wang Bing si perde presto negli imprevisti, lasciandosi trascinare dagli eventi ed entrando in contatto con nuove persone.

Un’immersione totale

Il metodo di lavoro di Wang Bing è da sempre rimasto lo stesso. Sin dal suo film fiume di 9 ore Il Distretto di Tiexi, infatti, il suo procedimento è quello di effettuare lunghissimi periodi di riprese a stretto contatto con le persone, senza sapere, se non vagamente, a che cosa andrà incontro. Poi, al montaggio, prende forma la narrazione.

Anche in Bitter Money, quindi, Wang Bing documenta il tempo reale senza mediazioni. Soltanto in qualche momento si nota una leggera volontà di utilizzare un linguaggio più cinematografico, quando ad esempio si ferma per lasciare uscire dall’inquadratura i suoi personaggi.

Per il resto a Wang Bing interessa come al solito la documentazione dell’ordinario, dell’assenza di avvenimenti. Quello che è, in pratica, la vita di questi giovani che, lavorando 12 ore al giorno, hanno come unico tempo libero a disposizione quello per mangiare e dormire. E non sorprende che in questo film abbiano un ruolo così predominante gli smartphone, che annullano totalmente ogni tipo di vitalità nelle persone filmate.

Una realtà immobile

Ma in generale Bitter Money soffre un po’ della mancanza di eventi davvero significativi rispetto ai suoi lavori precedenti. C’è solo una sequenza, che forse è quella per cui verrà ricordato questo film, in cui un personaggio, una ragazza sposata, invita Wang Bing a seguirlo, portandolo nel negozio del marito.

Qui inizia un lunghissimo litigio tra i due coniugi, in cui l’uomo alza le mani contro la donna e diventa molto violento. In questa sequenza viene alla luce la solita e incredibile capacità di Wang Bing di rendersi partecipe degli eventi senza far notare davvero la sua presenza.

Il suo è uno sguardo invisibile, al limite del voyeurismo. Anche se in certi casi, assoluta novità per lui, lo sentiamo interagire con i personaggi filmati per chiedergli informazioni sulla loro vita e sul loro lavoro.

Bitter Money, pur essendo un altro tassello incredibilmente coerente con il cinema di Wang Bing e con la sua filosofia documentaristica, si rivela essere un’esperienza più difficile di altre sue precedenti, proprio per la totale assenza, in certi casi, della vita che invece altre volte era riuscito a documentare.

Un film, insomma, sull’assenza di vitalità, sull’annullamento individuale, sulla macchina lavorativa che mangia le persone e le sputa fuori appena si rivelano un ostacolo all’incremento della produttività. Il solito Wang Bing, ma meno forte e determinante del solito.

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