The Woman Who Left (Lav Diaz, 2016)

Lunghi silenzi e urla strazianti in The Woman Who Left di Lav Diaz – di Victor Musetti

Altra grande novità di quest’anno a Venezia è la presenza in concorso del filippino Lav Diaz con The Woman Who Left, che arriva dopo il Pardo d’Oro vinto a Locarno (What is Before) e l’Orso d’Argento preso a Berlino (A Lullaby to the Sorrowful Mystery), con due film rispettivamente di sei e otto ore ciascuno.

Questa volta invece Lav Diaz si presenta in una forma per lui inusuale. Innanzitutto per la durata, di sole tre ore e quaranta minuti, poi per un soggetto decisamente più intimista che in passato, tutto concentrato su di un personaggio solo.

La trama

Siamo nel ’97 a Manila. Horacia è detenuta in un carcere femminile per omicidio. Dopo 30 anni che si trova lì dentro è ormai una figura centrale per tutte, tiene corsi di inglese ed è sempre pronta a dare una mano a chi ne ha bisogno.

Un giorno però una sua compagna, Petra, decide di confessare per il suo omicidio, garantendogli la libertà in modo del tutto inatteso.

Inizialmente Horacia non sa cosa fare della propria vita fuori dal carcere, poi però, una volta ritrovata sua figlia Minerva, torna nella sua terra natale per mettersi sulle tracce dell’ex marito Rodrigo Trinidad, un uomo ricco e potente colpevole di averla mandata in galera accusandola ingiustamente.

Senza soldi, inizia a vivere in mezzo alla strada conducendo una doppia vita. Il giorno si occupa delle persone più povere e in difficoltà, la notte, invece, sorveglia la residenza di Trinidad pianificando la sua vendetta.

Un microcosmo di personaggi secondari

Il vero cuore del film sono sicuramente i suoi bellissimi personaggi. Disperati, gente senza prospettive, alcuni malati mentali.

C’è il gobbetto, un venditore di balut, c’è la pazza senza tetto che ruba le candele in chiesa, e poi, il personaggio più importante di tutti: lo straordinario transessuale di nome Hollanda, protagonista di alcune delle scene migliori del film.

Viene da pensare ad esempio alla scena in cui dal basso dell’entrata di un parcheggio lo vediamo ballare in silhouette senza musica fino a che non finisce per terra e inizia ad avere un attacco epilettico.

Senza parlare poi dello stacchetto cantato tra lui/lei e Horacia con una spazzola usata come microfono.

Lav Diaz crea un universo quasi “steinbeckiano”, in cui è nettissima la divisione tra ricchi e poveri e paradossalmente l’uomo più potente di tutti, il famigerato Rodrigo Trinidad, è costretto a vivere dietro le sbarre, chiuso nella sua residenza e costretto ad uscire solo con la sua scorta.

Un’accessibilità senza precedenti

Lav Diaz, come è facile immaginare, diluisce molto i tempi per raccontare la sua storia, ma lo fa con un ritmo assolutamente inedito per il suo cinema.

In The Woman Who Left infatti, nonostante la lunga durata, i piani sequenza non raggiungono mai lunghezze spropositate, anzi. Lav Diaz stacca molto e spesso, velocizzando le parti che lo richiedono (ad esempio i viaggi) e dilatando i tempi quando la storia lo necessita (su tutte il lungo dialogo finale con Hollanda).

È strano da dire, ma The Woman Who Left è un film che potrebbe quasi avere qualche spettatore con una distribuzione regolare al cinema, vista la sua incredibile accessibilità rispetto ai lavori precedenti del regista filippino.

È un film che appassiona ed emoziona, complice una sceneggiatura estremamente ben calibrata e una storia che si segue come un giallo di cui si vuole sapere assolutamente la fine.

La lunghezza delle inquadrature, i tempi del racconto, sembrano del tutto necessari. Non si sente mai la necessità di avere un montaggio più rapido.

Quello scelto da Lav Diaz è esattamente il tempo necessario per raccontare la storia che andava raccontata in questo film. The Woman Who Left è infatti un’esperienza molto vicina alla vita vera, nonostante una messa in scena e una fotografia così perfezioniste. Chissà che non sia la strada per Lav Diaz verso un cinema più “mainstream”

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