Voyage of Time: Life's Journey (Terrence Malick, 2016)

Voyage of Time, il viaggio di Terrence Malick alla scoperta delle origini del mondo – di Victor Musetti.

Approda in concorso a Venezia l’esperimento filmico epocale di Terrence Malick: Voyage of Time: Life’s Journey. Uno dei suoi lavori più travagliati di sempre, montato e rimontato per anni posticipandone continuamente l’uscita. A Venezia è stata presentata la versione lunga di 90 minuti narrata da Cate Blanchett. Esiste però un’altra versione che uscirà soltanto in IMAX di 45 minuti con la voce narrante di Brad Pitt.

La dimensione computerizzata

L’ambizione è quella di narrare la storia del nostro pianeta partendo dalle origini dell’universo fino ad arrivare ai giorni nostri. È un po’ quello che succedeva già, seppur in versione sintetica, in un’incredibile sequenza di The Tree of Life, in cui la presenza di alcuni dinosauri in computer grafica aveva provocato l’ilarità di molti.

Qui invece di creature in computer grafica, oltre ai dinosauri, ce ne sono moltissime. Ed è spesso difficile capire quali siano reali e quali no. Ma resta talvolta un fastidioso senso di artificio eccessivo, poiché non sempre le immagini reali si fondono bene con quelle ricreate al computer, creando un dislivello visivo che stona con l’idea di grandezza e perfezione voluta da Malick.

La dimensione umana

Ad intervallare le immagini di puro documentario naturalistico – che come è facile immaginare sono le più stupefacenti – e quelle cosiddette “d’animazione”, vi sono immagini riprese da Malick, presumibilmente con un cellulare, in varie parti del mondo.

L’idea è quella di mostrarci vari aspetti della vita umana di oggi, come a paragonare il sublime ordine della natura al disastroso e sofferente caos provocato dagli uomini. Immagini di povertà, di miseria, ma anche di festa, di quotidianità. Immagini che riportano il film a una dimensione più umana e comprensibile o, più semplicemente, a misura d’uomo.

Per il resto infatti a farla da padrone è il silenzio assoluto della natura. La grandezza dell’infinito, dello spazio. E il pianeta terra che nasce e vive come un’entità a sé stante, che la voce narrante chiama “Madre”. Allora i suoni diventano quelli della materia, della lava che si solidifica, dei geyser e degli oceani.

Poi, nell’ultima mezzora, Malick finalmente mette in scena sul serio e ci consegna la sua versione della nascita degli uomini, rischiando moltissimo ma dando vita ad alcune sequenze kubrickiane che non possono lasciare indifferenti.

La sensazione è che in Voyage of Time ci sia tanta arte ma, al tempo stesso, poco cinema nel senso più puro del termine. È un viaggio sensoriale che sa più di un’attrazione per le sale IMAX che di film vero e proprio. E’ un oggetto strano, che lascerà interdetti molti, poiché incanta ma non appaga, ma, anzi, lascia con un senso di incompletezza. Ma forse, nonostante tutto, si tratta di uno dei lavori più forti di Malick di sempre.

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