Spira Mirabilis (Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, 2016)

Spira Mirabilis, il film di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti che tende all’immortalità – di Victor Musetti.

Ci sono film che fanno di tutto per piacere al grande pubblico, riciclando linguaggi, musiche e strutture intere da opere già esistenti così da far sentire lo spettatore immediatamente a proprio agio.

Poi, invece, ci sono film come Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, opere che hanno la pretesa di inventare da zero le regole del gioco, obbligando chi le guarda ad informarsi e ad approfondire al fine di comprenderne la forma e i contenuti.

Da questo punto di vista Spira Mirabilis è forse il loro film più difficile di sempre, perché costituisce una summa del loro cinema, un gigantesco collage di materiale raccolto nell’arco di più di tre anni e generalmente sconnesso, esteso com’è tra continenti, paesaggi, lingue e culture completamente diversi tra loro.

La gigantesca pretesa di D’Anolfi e Parenti è stata quella di unire insieme tutto questo materiale al montaggio, cercando di dargli un filo conduttore che ne rendesse la visione un’unica gigantesca esperienza sul tema dell’immortalità. E l’esperimento si può dire generalmente riuscito, per quanto spaesante e troppo enorme da acquisire seriamente in sole due ore.

Tanto, troppo materiale

Seguendo liberamente come traccia L’Immortale di Borges, recitato da una misteriosa attrice all’interno di un cinema, Spira Mirabilis usa la divisione degli elementi (Acqua, Aria, Terra, Fuoco), per incrociare le storie dei suoi personaggi tra loro senza raccontarci niente.

Ci sono una coppia di musicisti svizzeri intenti a costruire il cosiddetto disco armonico Hang, uno studioso giapponese ossessionato dal meccanismo di rigenerazione delle meduse, una comunità di nativi americani e una fabbrica dove vengono costruite continuamente le statue del Duomo di Milano.

Quello della coppia di coniugi-registi non è un cinema comunicativo, o almeno non del tutto. È, principalmente, un cinema contemplativo, cinema del reale puro, dove ad un’idea di racconto per parole si sostituisce quello dell’esperienza diretta con la realtà mostrata, mettendo di fatto lo spettatore nella posizione dell’osservatore, pienamente partecipe degli avvenimenti e degli incontri che gli vengono mostrati.

Un film per pochi eletti

Il grande limite di questo film purtroppo è come sempre quello dell’inaccessibilità totale, adatto senz’altro alla proiezione in una mostra del cinema come Venezia, dove già ha provocato fughe di massa, ma totalmente inadatto ad una regolare distribuzione nelle sale.

Troppo ambizioso, troppo chiuso in sé stesso, troppo ossessionato dal volersi elevare al di sopra di tutto e di tutti, Spira Mirabilis è un meraviglioso capolavoro mancato, destinato sì a dividere, ma soprattutto a portarsi dietro infinite schiere di ammiratori, tanto è il materiale mozzafiato contenuto al suo interno.

Basta il finale, l’unica parte in cui effettivamente il film si spiega a parole, in cui un canto giapponese non può non provocare incredibili risate di gioia e di commozione. Probabilmente si poteva fare a meno della parte letteraria, ma come già detto prima, le regole le stabiliscono loro e un cinema di questo tipo si può soltanto essere felici che esista.

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