Il Clan (Pablo Trapero, 2015)

Il Clan, la storia vera della famiglia Puccio nell’Argentina post Videla – di Victor Musetti

Dopo le trilogie cilene di Larraìn e Guzmàn è il turno dell’argentino Pablo Trapero di farci conoscere un altro pezzo di storia sudamericana. Il Clan, premiato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Argento alla Miglior Regia, è un film politico teso e avvincente come se ne vedono raramente.

Siamo nell’Argentina degli anni’80. Un paese intero da ricostruire dopo la deposizione di Videla, la credibilità delle istituzioni da rifondare da zero. Arquimedes Puccio (Guillermo Francella), agente dei servizi segreti, approfitta di questo periodo di confusione per tirar su una piccola società di sequestri, forte della sua esperienza nel far sparire uomini politici durante la dittatura.

L’obiettivo principale sono figli di famiglie ricche a cui chiedere il riscatto. La famiglia di Arquimedes, invece, è costretta a collaborare in silenzio. Il figlio più grande scappa in Nuova Zelanda, il secondogenito Alejandro (Peter Lanzani) invece, giovane rugbista di successo, viene incastrato totalmente in questo sporco lavoro e cerca di trovare una via di fuga.

Un linguaggio popolare

Trapero sceneggia, dirige e monta Il Clan in tutto e per tutto come un grande film popolare statunitense, utilizzando una colonna sonora rock prevalentemente anglofona (con Sunny Afternoon dei Kinks a farla da padrone) che lo rende il prodotto internazionale perfetto per essere venduto all’estero.

Una confezione che allontana il film dall’autorialità più classica del suo cinema e del cinema sudamericano in generale (c’è un abisso linguistico, ad esempio, con il Leone d’Oro venezuelano dello stesso anno Ti Guardo) ma che permette a Trapero di rendere avvincente e spettacolare una delle pagine più cupe della storia del suo paese, guadagnandone di fatto enormemente in accessibilità dei suoi contenuti, che non risultano mai sminuiti dalla forma.

Trapero orchestra una sceneggiatura serratissima concedendosi non pochi virtuosismi, come ad esempio il già memorabile piano sequenza che accompagna Arquimedes Puccio dal salotto di famiglia al bagno in cui è rinchiuso uno dei sequestrati, ma non perdendo mai di vista l’attenzione dei suoi spettatori.

L’importanza del soggetto

Ciò che differenzia maggiormente Il Clan dai molti film sugli anni ’70-’80 visti negli ultimi anni è senz’altro l’originalità del suo soggetto, per niente facile da trasporre in una forma così cinematograficamente rilevante se si pensa a quanto fosse importante per la sua comprensione il sottotesto politico di quegli anni.

Ma Trapero riesce a rendere questa storia internazionale concentrandosi sui suoi personaggi e sulle loro relazioni, soprattutto grazie all’eccezionale capacità del mostruoso Guillermo Francella di incutere timore con uno sguardo, con i suoi occhi di ghiaccio che non lasciano scampo.

Di fatto Il Clan è un film di intrattenimento puro che ha però alla base una storia incredibile che valeva la pena di essere raccontata. Da un certo punto di vista ricorda per lo spirito, se si esclude il cinema politico di Elio Petri che pur rimane un riferimento importante, lo strano esperimento de Il Divo di Sorrentino, film che però non aveva un briciolo dell’accessibilità di questo, pur condividendone le medesime intenzioni. Italiani, fatevi avanti.

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