Francofonia - CineFatti

Francofonia (Aleksandr Sokurov, 2015)

L’atemporalità di Francofonia.

Non scadere tanto nella retorica quanto nella banalità dei toni magniloquenti è sempre difficile quando si parla di un’opera d’arte; bisognerebbe correre lungo la stessa linea di pensiero di Aleksandr Sokurov che osserva il flusso temporale con lo sguardo distaccato dello storico, ma con la sottigliezza ed eleganza stilistica e formale che fa di lui un artista e narratore.

Francofonia è la sintesi dell’incontro tra concetto e dato empirico, l’idea che si scontra con i sensi e che raggiunge uno stato di perfetta conoscenza: moderata e onesta, ma discontinua nel tempo e nello spazio, verosimile ma nel contempo onirica e filtrata dalla finzione.

D’altra parte cos’è il cinema se non combinazione di realtà e fictio? La pellicola tratta di uno degli episodi più significati del secondo conflitto mondiale, vale a dire la storia che coinvolse il direttore del Louvre Jacques Jaujard e l’ufficiale dell’occupazione nazista il conte Franziskus Wolff-Metternich, prima nemici, poi collaboratori.

Nel corso di tutto il film ci si chiede una cosa – la stessa domanda che si pone Sokurov in una delle scene inziali – : Cosa saremmo senza musei? Chi vorrebbe una Francia senza Louvre o una Russia senza Hermitage?

L’arte del meta-cinema

Il museo, in tal caso il Louvre, è l’emblema del sostrato fondamentale dell’essenza umana, simbolo di integrazione in una contemporaneità che, purtroppo, sembra avere dimenticato il suo più profondo significato; i lunghi e vertiginosi piani sequenza che non possono non contenere reminiscenze di Arca Russa fanno si che lo spettatore si inoltri in quelle sdrucciolevoli sale che contengono le opere d’arte divenute spose della calma piatta di un silenzio assoluto, intangibili dal flusso temporale.

“Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
Narratrice silvana, tu che una favola fiorita
Racconti, più dolce dei miei versi […]

Ode on a Grecian Urn – John Keats

Sokurov compie una direzione dall’esterno e dall’interno del film, entrandovici letteralmente: la cosiddetta “mise en abyme”, una meravigliosa operazione di meta-cinema. L’azione del cineasta tende a dissacrare la cosiddetta sacralità dell’opera artistica, sovvertendo il confine tra la realtà e la sua apparenza o “ricostruzione”, che sia essa veridica o contaminata dalla follia del suo creatore.

E sappiamo di non pochi registi che, rompendo l’illusione drammatica, si immergono nelle dinamiche del film come Wim Wenders o Francesco Rosi, rispettivamente in Il sale della terra e  Il caso Mattei.

Lo sguardo del passato

La voce del regista accompagna Francofonia dal principio al finale destabilizzante, che scavalca completamente le categorie dello spazio e del tempo: in questa scena vediamo i due uomini seduti l’uno accanto all’altro intenti ad ascoltare, paralizzati di fronte a quello che potremmo definire un destabilizzante ritorno al passato, l’oracolo della voce narrante che gli comunicherà gli esiti della guerra.

Ciò che annulla queste categoria risulta, quindi, proprio l’arte, “tutti gli sguardi di chi è vissuto prima”, dalla fantomatica fisionomia di una scultura risalente a novemila anni fa all’eterno vessillo di quell’Egualité, liberté, fraternité che ripete Marianne Bonaparte e che si incarna nelle forze del mare senza coscienza e morale della Zattera della Medusa, senza dimenticare il fuggevole incontro con lo sguardo complice e guardingo del San Giovanni Battista di Leonardo.

Il film è una riflessione sull’identità di un popolo, sulle atrocità etico-morali dell’occupazione nazista in una Parigi città aperta, vuota, spoglia delle sue menti più brillanti, posta nel dimenticatoio da Cechov e Tolstoj che proprio non vogliono destarsi al richiamo del presente – o del futuro.

La narrazione non cede alla facilità della linearità, nell’eterno ritorno del fascino delle rovine antiche e del classico, le cosiddette vestigia di questa civilizzazione, oggi bistrattate e, soprattutto, denudate di quel valore che l’opera del cineasta russo riesce ad estrinsecare.

Francofonia è una disincantata finestra sulla dialettica del processo storico-culturale, di un vetro la cui trasparenza lascia cogliere indistintamente le dinamiche della seconda guerra mondiale e lo slancio vitale, intrappolato nella modernità, di Napoleone e la principessa Marianne.

Sokurov ferma così un’inquadratura sulla guerra e la bellezza, su una mano che sfiora delicatamente il marmo di una scultura levigata e sul volto di una donna, il cui complice dispiegarsi dei tratti sembra alludere ad uno sguardo verso una prospettiva passata, presente e futura: l’ angelus novus ante litteram delle condizioni di possibilità dell’essere umano.

Elvira Del Guercio

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