The Zero Theorem - CineFatti

The Zero Theorem (Terry Gilliam, 2013)

The Zero Theorem, il ritorno di Terry Gilliam alla fantascienza 30 anni dopo Brazil – di Victor Musetti.

Finalmente esce nelle nostre sale, tre anni dopo la sua presentazione in Concorso al Festival di Venezia nel 2013, The Zero Theorem, grande ritorno di Terry Gilliam al genere che con i film di culto Brazil e L’esercito delle 12 scimmie lo aveva fatto uscire definitivamente dall’ombra dei Monty Python consacrandolo come autore cinematografico a tutti gli effetti.

Siamo in un futuro distopico e “orwelliano”. Christoph Waltz è Qohen Leth, un hacker dipendente di una grossa multinazionale che lavora a tempo pieno per risolvere il cosiddetto Zero Theorem, una strana e irrisolvibile formula matematica. Apatico e paranoico, rifiuta qualsiasi interruzione del suo circolo vizioso lavorativo per paura di perdere una telefonata importantissima che, è sicuro, arriverà da un momento all’altro e gli darà le risposte a tutte le sue domande. Ottenuto il permesso di lavorare da casa sua, una vecchia chiesa sconsacrata in mezzo alla città, Qohen inizia ad entrare in contatto con una miriade di personaggi che lo allontaneranno sempre di più dall’ordine e dal rigore della sua vita precedente.

The Zero Theorem è, a tutti gli effetti, una sorta di attualizzazione di Brazil ai giorni nostri. Sono infatti onnipresenti in modo forse fin troppo esplicito tutti gli elementi simbolo della società in cui viviamo: l’alienazione degli individui, la dipendenza dalla tecnologia, l’assenza di rapporti umani diretti e l’oppressiva violenza mediatica delle multinazionali.

Ma lungi dal formulare una critica seria e fine a sé stessa (al massimo si tratta di una caricatura, di una presa per i fondelli in tipico stile Monty Python), Terry Gilliam sfrutta gli elementi della modernità per dare sfogo alla sua fantasia. E come sempre succede nel suo cinema ci si stupisce di quanto lui riesca a realizzare in termini di invenzioni visive anche di fronte a budget relativamente modesti se paragonati a quelli delle grandi produzioni hollywoodiane.

Terry Gilliam, nonostante l’età, continua ad essere un fiume in piena di idee e, anche in questo film, avvalorandosi della presenza di comprimari d’eccezione come Tilda Swinton, Matt Damon, Ben Whishaw e Mélanie Thierry, riesce a creare una miriade di situazioni completamente fuori di testa pur ambientando il 70% della storia nel medesimo luogo. Incredibile anche come Christoph Waltz, attore ormai difficilissimo da scostare nel nostro immaginario dai personaggi tarantiniani, risulti perfetto nel ruolo di quest’uomo ansioso, paranoico e vulnerabile.

C’è da dire che dopo aver visto due film meravigliosi e spettacolari come TidelandParnassuss, The Zero Theorem potrebbe risultare decisamente meno accessibile ed eccessivamente intricato. Proprio per questo Terry Gilliam, consapevole della freddezza del suo film, punta nel finale ad una soluzione più conciliante ed emotivamente comprensibile. Ma l’attenzione dello spettatore medio si è purtroppo già persa nell’ora e mezza precedente di conversazioni astruse e in gran parte superflue, complice un personaggio, quello di un giovane ragazzo molto presente nel film, totalmente inutile e ininteressante.

Ma The Zero Theorem, pur essendo il lavoro meno commerciale di Gilliam di sempre, è senz’altro un film che ha bisogno di tempo per essere digerito e compreso appieno. Poiché proprio per la sua natura concettuale, nonostante l’impressione diretta sia quella di un’opera di scarso intrattenimento, verrà sicuramente ricordato come un tassello fondamentale di quest’ultima fase della carriera dell’ex Monty Python. È il suo regalo ironico alla nostra generazione, che pur con tutte le sue imperfezioni, ci racconta comunque molte, molte cose di noi.

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