Game of Thrones - CineFatti

Game of Thrones 6: Tutti gli uomini devono morire?

Game of Thrones o anche L’importanza di affidarsi a George R.R. Martin – di Fausto Vernazzani.

Ricordo i giorni in cui George R.R. Martin subiva le martellate del pubblico di Misery per aver ucciso ancora un altro personaggio da noi amato, amatissimo. La sesta stagione di Game of Thrones libera Martin dal fardello, lontana dalla sua saga A Song of Ice and Fire per la semplice mancanza di ulteriori libri su cui costruire l’edificio. Nessuno potrà più urlargli Shame! tra le strade, la colpa è ora solo dei due showrunner, D.B. Weiss e David Benioff, anche loro scarcerati dagli obblighi dell’adattamento. Una scelta forzata e agognata che ha dato risultati altalenanti, picchi nei due sensi opposti.

Sappiate innanzitutto che siete entrati in un bosco dove gli spoiler crescono tanto sugli alberi quanto nei cespugli, impossibile sfuggirgli, prima o poi vi coglieranno. Ricordatevi, vi abbiamo avvisato, se ancora non avete visto l’ultima stagione fermatevi qui, prima che sia troppo tardi. Potreste pentirvene.

Gli eventi sono in gran quantità, per quanto ridotti dall’unione delle piccole narrazioni in grandi fiumi destinati a convergere verso un’unica meta: la guerra contro Cersei Lannister e l’arrivo dell’Inverno. Winter is coming e se le voci dicono la verità tutto ciò potrebbe accadere entro il 2018, anno di conclusione di Game of Thrones, con due ultime stagioni in un decrescendo di episodi sempre più condensati (l’aumento dei costi e degli stipendi potrebbe benissimo essere una delle ragioni per la riduzione).

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La sesta stagione ha annullato la concorrenza agli eroi positivi, poco alla volta ha spazzato via gli ultimi grandi nemici dei protagonisti devoti alla luce: Ramsay Bolton in pasto ai suoi cani, i possidenti della baia degli schiavi sgozzati e bruciati dai draghi, Walder Frey assassinato da Arya Stark, l’Alto Septan disintegrato dall’altofuoco. Le uniche minacce rimaste vivono al di là del muro o sul trono di spade, agli antipodi l’una dall’altra in attesa della grande guerra… da cui non sappiamo cosa aspettarci. Positivo, direi.

È una stagione attraverso cui si soffre. Le differenze tra l’adattamento e l’originalità sono palesi, Weiss e Benioff scelgono senza pensarci due volte a chiudere quante più storyline è possibile, altre vengono ridotte a meri accompagnatori dei maggiori avanzamenti (Tyrion e Jaimie le vittime più importanti di questa decisione). Il genio dietro alcune scene non basta a compensare la lentezza con cui procedono la maggioranza degli episodi, eccetto gli ultimi due: Battle of the Bastards e The Winds of Winter.

Abbiamo letto di tutto su entrambi e non c’è molto altro da aggiungere se non la frustrazione nell’osservare come Miguel Sapochnik non abbia saputo trovare un linguaggio personale per quella che potremmo definire la più grande battaglia della storia della televisione. La tecnica sbaraglia tutto, resta indietro la forma, debitrice di un cinema glorioso a cui si pone in una relazione di sottomissione: poteva essere un momento storico per il piccolo schermo, invece si è trattato di un’imitazione, per quanto gradevole. Gli occhi volano troppo veloci al ricordo de Il signore degli anelli in più di un momento togliendo spirito alla rabbia di Jon Snow, mentre la distruzione del Credo dei Sette e dei Tyrell costruisce momenti di alta tensione incanalando tutte le visioni de Il padrino di Francis Ford Coppola a cui Sapochnik si deve essere dato per prepararsi all’ardua missione.

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Ora le domande hanno ottenuto le loro risposte, persino le origini di Jon Snow sono state svelate – nipote di Danaerys a quanto pare, dunque erede al trono di spade – e c’è poco da chiedersi se non quando arriverà il momento in cui tutti gli uomini devono morire… a meno che non si riferissero agli uomini come genere sessuale, dato che oramai a comandare sono solo le donne, con l’eccezione di Jon Snow. Il reale quesito è nel come, privato dei tanti misteri a cui ci eravamo per lungo tempo affezionati, rendendo Game of Thrones una serie meno interessante, paragonabile a molte altre in cui tutto ciò che importa è solo nello scorrere del tempo. Depurata della violenza efferata delle prime stagioni, dell’intricata personalità di molti personaggi, adesso Game of Thrones appare come una classica fiaba in cui la Cenerentola di turno è contro la regina malvagia e i mostri provenienti dall’altra parte del mondo. Ci auguriamo questi ultimi ribaltino la situazione e che la fiaba torni a essere il crudele circo ideato da George R.R. Martin.

Ma, c’è sempre un ma, possiamo sperare, come già facemmo in conclusione della lenta quinta stagione. Siamo ai primi dieci episodi separati da Martin, i precedenti dieci erano invece alla ricerca di una strada da percorrere prima di lasciare il focolare letterario. Benioff e Weiss adesso hanno campo libero per dimostrarci in pieno la portata del loro talento: sono capaci di creare qualcosa di valido ex novo oppure sentiremo ancora la mancanza dell’idea di Martin alle spalle? Qui giace la nostra speranza.

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