Tutti vogliono qualcosa

Tutti vogliono qualcosa (Richard Linklater, 2016)

Tutti vogliono qualcosa… tipo un finale alla Linklater – di Francesca Fichera.

Il ritorno di Richard Linklater ci dice che Tutti vogliono qualcosa. E pure che, per diventare autori, bisogna avere stile: essere e restare riconoscibili, coerenti. Com’è riuscito a fare il regista di Boyhood.

Ma – chi li conosce lo sa – i film di Linklater richiedono tempo per farsi capire, ingranare la marcia, far scattare la scintilla. La forma del loro disegno diventa chiara solo quando è compiuta, quando si circonda di segni evidenti in grado di contestualizzarla, darle un senso.

Anche per questo il cuore di Tutti vogliono qualcosa, racconto dell’ingresso al college dal punto di vista di una matricola, aspetta prima di rivelarsi; e, quando lo fa, corre subito a nascondersi. O lascia calare il sipario – il che, per certi versi, è pure meglio.

“Before College”

Nessun volto stra-noto, nessun divo: la squadra di baseball dove Jake (Blake Jenner, da Glee) entra in veste di lanciatore fa tutta leva sull’intesa fra spontaneità e tipicità dei suoi componenti.

Dal rozzo playboy Roper (Ryan GuzmanIl ragazzo della porta accanto) a Finnegan (Glen PowellI mercenari 3), più astuto e navigato, passando per lo svampito Plummer (Temple Baker) e il funky boy Dale (J. Quinton Johnson), fino al fattone Willoughby (Wyatt RussellCowboys & Aliens), al bifolco Beuter (Will Brittain) ed al folle Jay (Juston Street), ne ha veramente per tutti.

Una varia umanità che Linklater desidera restituire con la stessa carica di realismo dei suoi precedenti lavori, per quanto senza rinunciare  alle atmosfere lievi e goliardiche (ma tutt’altro che vuote) di film come School of Rock La vita è un sogno.

Ed ecco che Tutti vogliono qualcosa, nonostante quell’inizio incerto e straniante e, forse, proprio grazie a quello, diventa a poco a poco familiareil Linklater che tutti conosciamo e al quale abbiamo imparato ad affezionarci.

Il suo sguardo entra di prepotenza negli abitacoli delle auto a finestrini aperti, nelle stanze delle case e dei dormitori studenteschi, nei locali (tutti diversi) dove i ragazzi trascorrono le loro serate a base di Bacco, tabacco e Venere, con tanti dubbi quanti cambi d’abito.

Giochi senza frontiere

Basta poco per intendere che perfino il trucco e i costumi terribilmente posticci fanno parte del gioco illusionistico di Tutti vogliono qualcosa, sullo stesso piano del fiume di chiacchiere e del commento musicale a suon di canzoni popolari che Linklater è tornato a sfoderare: i suoi assi per assicurare al pubblico il divertimento più assoluto confondendo alla perfezione la realtà dentro lo schermo e quella fuori.

Certo, i cliché abbondano quasi quanto i primi piani e i ciuffi cotonati, ma è pur vero che la vita è anche questo. E se imboccare una direzione certa vi spaventa allo stesso modo in cui spaventava i ragazzi del college all’inizio degli anni Ottanta, Tutti vogliono qualcosa, con meno amarezza e sarcasmo di Animal House ma non senza sincerità (più un’enorme dose di simpatia) vi accompagnerà fino in fondo alla strada per mostrarvi che non c’è nulla di cui aver paura a parte il timore stesso.

Almeno quando si è giovani.

 

 

2 pensieri su “Tutti vogliono qualcosa (Richard Linklater, 2016)

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