Outcast - CineFatti

Outcast: il primo impatto

Il primo incontro con Outcast – di Francesca Fichera.

Premettiamolo: CineFatti non è fan di The Walking Dead; qual è il nesso con Outcast, dovreste saperlo. Ma chi ancora lo ignora può tranquillamente procedere a stamparsi nella mente il nome di Robert Kirkman, perché a lui (e alla Image Comics) dobbiamo sia il primo che il secondo, e una cornice horror doppiamente e diversamente declinata.

‘Diversamente’ perché in Outcast si è detto addio al survival e agli scenari post-apocalittici affollati da zombi famelici e personaggi in cerca di morte: fra le strade e le case in legno di Rome, la paura ha l’aspetto, la voce e le movenze del demonio. Come ai bei (?) vecchi tempi.

E il primo tempo e il primo impatto della serie che verrà trasmessa ufficialmente su Cinemax dal prossimo 3 Giugno contengono la giusta dose di inquietudine, tensione e disgusto richiesta dalle attese. D’altra parte, a dirigere il pilota è un certo Adam Wingard, regista di cult del genere quali V/H/SYou’re Next, quindi, al netto di considerazioni personali e soggettive, figura abbastanza addentro alla scrittura e alla resa cinematografica di determinate tipologie di storie.

Ma veniamo al pilot in quanto tale: cosa ce n’è parso?

La reazione a caldo ci suggerirebbe di rispondere con un sonoro “assolutamente nella media“. Ed esistono svariate e oggettive ragioni a sostegno di questo parere. Perché, a parte la raccapricciante sequenza d’apertura e qualche flashback più o meno fastidioso, il racconto concorre in maniera lineare e funzionale a presentare il suo protagonista e relativo scenario, lasciando molto poco spazio a cliffhanger ed immaginazione; agli spettatori, cioè, viene trasmessa la sensazione di essere a conoscenza del grosso della situazione e di stare lì solo ad attendere lo svelamento del perché degli eventi, senza particolari sorprese.

Non entrando nel merito della serie a fumetti che l’ha ispirata, Outcast appare e si presenta così, come un videogioco il cui personaggio principale è un giovane uomo – Kyle Barnes, con le fattezze di Patrick Fugit – che si ritrova a ripercorrere le tracce del suo passato per aiutare il reverendo Anderson (Philip Glenister) a risolvere alcuni casi di possessione infantile.

Vedrete bambini coperti di sangue, madri urlanti coperte di sangue, pareti coperte di sangue; udrete profezie oscure, cori di voci rauche e slogature in quantità: insomma, niente di veramente nuovo, soprattutto se rapportato al modello canonico di main character in isolamento con una sorella premurosa (Megan Holt/Wrenn Schmidt) e un vicino altruista come unici punti di appoggio.

Eppure…

C’è qualcosa nella scrittura di Kirkman che potrebbe fare di Outcast più di una risposta ai rinnovati trend “demoniaci” del momento (da Lucifer in poi): la sobria pregnanza di alcuni dialoghi che attacca a sorpresa – per esempio quando fa dire a Anderson: “I demoni sono bugiardi. Ti fanno spaventare sempre più del dovuto” – ed emana un vago senso letterario, lontano dalla profondità lirica, oltre che dall’opulenza scenica, di serie come Penny Dreadful ma comunque capace – almeno in potenza – di anteporre il racconto al messaggio.

Il che, secondo noi, è il pregio delle serie (e delle storie) migliori, e anche se il pilota di Outcast è così semplice da impedire alla bilancia di pendere da un lato o dall’altro, una chance e un po’ di ottimismo non costano nulla. A parte un paio di visioni in più.

 

 

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