Mistress America

Mistress America (Noah Baumbach, 2015)

Mistress America, il grande ritorno di Greta Gerwig in coppia con Noah Baumbach dopo Frances Ha –  di Victor Musetti.

Prosegue la rappresentazione del mondo giovanile americano da parte di Noah Baumbach. Film decisamente complementare rispetto al precedente Giovani si diventa, Mistress America affronta ancora una volta il tema della difficoltà di diventare adulti, soffermandosi sulla freneticità della vita dei newyorkesi, costantemente messi di fronte alla sfida di diventare qualcuno e di avere successo a tutti i costi. Di nuovo in coppia, dopo Frances Ha, con la compagna Greta Gerwig, ancora una volta nel duplice ruolo di co-sceneggiatrice e attrice protagonista, il nuovo film di Baumbach ripete in un certo senso la struttura di Giovani si diventa, reinterpretandola però al femminile.

La storia segue il processo di inserimento al college di Tracy (Lola Kirke), giovane ragazza di periferia aspirante scrittrice. I suoi primi giorni sono abbastanza traumatici, non è abituata all’ambiente cittadino e trova non poche difficoltà a farsi degli amici. Quando però incontra Brooke (Greta Gerwig), la figlia 30enne del futuro sposo di sua madre, la sua vita viene travolta da una serie di avvenimenti a cui non riesce a sottrarsi. Brooke è affascinante, vitale, iperattiva, egocentrica e logorroica. È un fiume in piena di stimoli e idee nuove per Tracy, che ne diventa quasi dipendente.

Proprio come avveniva con il personaggio di Adam Driver in Giovani si diventa, vero protagonista del film nonostante la storia fosse narrata dal punto di vista di Ben Stiller, anche in Mistress America si parla di una persona per parlare di un’altra. Tracy è una ragazza riflessiva, contemplativa. E trova fin da subito in Brooke, più istintiva e vitale, un soggetto eccezionale per dare verità ai suoi scritti. E proprio la caratterizzazione del personaggio di Greta Gerwig, una 30enne che vive come un’adolescente, risulta essere la cosa più sorprendente del film, poiché incredibilmente realistico e complesso nonostante a volte sia evidente la volontà di metterlo in ridicolo.

Ma il lavoro di Baumbach come sceneggiatore ancora una volta non si ferma alle apparenze (cosa che capita ormai spesso a Woody Allen, di cui forse è il vero erede), poiché ogni personaggio, anche il più marginale, è caratterizzato con estrema cura, nonostante la caricatura sia sempre dietro l’angolo. E come al solito a fare la differenza è senz’altro l’estrema densità di contenuto all’interno del film, nonostante la sua natura sia quella di una commedia popolare alla portata di tutti. Sorprende, come al solito, la capacità di parlare di argomenti reali (la totale incapacità dei giovani di marcare la propria individualità in mezzo al conformismo di massa di una grande città), con un linguaggio ironico che sembra non volersi mai prendere del tutto sul serio.

In questo senso è opportuno notare la volontà di Baumach di creare un prodotto molto più popolare rispetto ai suoi ultimi lavori. Si nota infatti il rinnovo della collaborazione con i musicisti Britta Philips e Dean Wareham, autori della colonna sonora del suo capolavoro Il calamaro e la balena, ripescati per l’occasione per ridare al film quella natura musicale che tanto aveva caratterizzato i suoi esordi. Forse la musica risulta un po’ invadente e onnipresente in certi punti, ma si tratta comunque di una scelta che premia il risultato finale: un altro ottimo film da parte del miglior regista di commedie americano vivente.

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