Bridgend - CineFatti

Bridgend (Jeppe Rønde, 2015)

Una storia tragica di suicidi protagonista in Bridgend, un film intriso di realismo – di Victor Musetti.

Presentato in concorso al Festival di Rotterdam 2015, Bridgend è l’esordio al cinema di finzione del documentarista danese Jeppe Rønde e vanta della partecipazione della star di Game of Thrones Hannah Murray come attrice protagonista. Ispirato ad un fatto di cronaca realmente avvenuto in un’omonima cittadina del Galles, dove dal 2007 ad oggi si sono registrati quasi 80 casi di suicidi di ragazzi adolescenti, ha richiesto a Rønde anni di ricerche e interviste in loco prima di cimentarsi insieme ai colleghi Danes Torben Bech e Peter Asmussen nella stesura di una sceneggiatura che portasse i fatti sullo schermo in forma “fictionalizzata”.

Il punto di vista di Bridgend è quello di Sarah (Murray), una giovane ragazza appena trasferitasi nel villaggio assieme al padre vedovo. Quest’ultimo è il nuovo poliziotto assegnato al caso di un’inspiegabile serie di suicidi che non mostra segno di volersi fermare. Sarah, lasciata sola per la maggior parte del tempo dal padre, si ambienta presto nella comunità ed entra a stretto contatto con il gruppo di amici delle vittime, i quali mettono in atto quotidianamente degli strani rituali nel bosco per ricordarli. I suicidi però continuano e né lei né suo padre riescono ad individuarne la causa scatenante.

L’idea forte di Jeppe Rønde è senz’altro quella di concentrarsi quasi interamente sulle relazioni tra i giovani ragazzi, membri di una piccola società nella società, regolata da leggi ferree e completamente isolata dal mondo degli adulti e da tutto ciò che accade al di fuori del villaggio. È una vera piccola famiglia, in cui Sarah, la forestiera, orfana in un certo senso dell’affetto del padre, trova fin da subito la propria casa. Per questo riesce ad avvicinarsi più di chiunque altra persona esterna a quel mondo così inaccessibile dagli adulti e, ancor più, dalla polizia che non riesce a capire la provenienza di questo malessere che sfocia nell’autodistruzione di sé.

I ragazzi bevono, si picchiano, urlano nel bosco per ricordare i loro amici morti, si vendicano sugli adulti per le loro negligenze nei confronti dei figli devastando i loro negozi. Rønde usa la sua esperienza di documentarista per filmare gli eventi come se accadessero in tempo reale. Il nostro punto di vista è sempre all’interno delle azioni, mai all’esterno, tanto che spesso il confine tra realtà e messa in scena è quasi invisibile. Superlativo in questo senso il lavoro del direttore della fotografia Magnus Nordenhof, che oltre al suo bellissimo lavoro con la macchina a mano riesce a rendere la cittadina di Bridgend un luogo spettrale e incredibilmente suggestivo.

Si tratta in generale di un film estremamente realistico, per quanto la sceneggiatura si lasci andare di tanto in tanto in alcune scene piuttosto eccessive dal punto di vista del comportamento dei suoi personaggi. Ma il fatto è che la visione di Rønde e Nordenhof riesce a renderlo un’esperienza sensoriale – o liquida, per citare Harmony Korine – della quale si resta totalmente ipnotizzati dall’inizio alla fine. Non sono date, come era lecito aspettarsi, delle spiegazioni precise sulle cause dei suicidi. Ma si finisce in un certo senso per capire lo stesso ciò che sta succedendo, proprio per l’estremo realismo e per la cura che viene fatta di questi personaggi così passionali e viscerali nei loro rapporti. Contribuiscono ad elevare la qualità artistica del film alcune sequenze estremamente visionarie e oniriche, come la bellissima scena finale con i personaggi nudi nel lago o la sequenza in cui i due ragazzi in motorino chiudono gli occhi mentre i loro volti si illuminano di rosso. Speriamo di sentirne parlare ancora e al più presto di questo Jeppe Rønde.

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