Piccoli omicidi fra amici

Piccoli omicidi fra amici (Danny Boyle, 1994)

Piccoli omicidi fra amici e risate a denti stretti.

Fiducia e amicizia sono sopravvalutate. La voce fuori campo di David, volto pallido e sguardo fisso, non lo dice chiaramente ma lo capiremo fotogramma dopo fotogramma, seguendo i sorprendenti sviluppi del suo ménage à trois con i suoi coinquilini Juliet e Alex.

Gli incipit dei film di Danny Boyle sono sempre uno spettacolo: dal folgorante monologo in corsa di Rent Boy-Ewan McGregor (Trainspotting) allo straniante risveglio dal coma di un giovane nudo in una stanza di ospedale (28 giorni dopo).

E Piccoli omicidi tra amici non è da meno. Dopo un’avvolgente partenza alla Viale del Tramonto, Boyle imprime una potente accelerata sulle musiche ipnotiche di Simone Boswell e ci conduce in pochi secondi per le strade di una anonima città inglese, lungo una scala di hitchcockiana memoria, davanti ad una porta color rosso sangue.

La storia dietro la porta

L’appartamento spazioso e spoglio è quello di tre giovani amici: David, mite commercialista (Christopher Eccleston) il giornalista Alex (Ewan McGregor) e il medico Juliet (la neozelandese Kerry Fox, commovente protagonista di Un angelo alla mia tavola di Jane Campion e dieci anni dopo amante senza filtri in Intimacy). Stanno cercando un nuovo inquilino e i colloqui con gli aspiranti affittuari sono un esperimento di sadismo psicologico a base di domande intime e senza senso.

Proprio in questa parte iniziale di Piccoli omicidi fra amici il soggetto originale di John Hodge lascia emergere i primi inquietanti indizi di quella follia esasperante che porterà allo sfaldamento del rapporto tra i tre amici e complici.

Si ride a denti stretti quando Juliet, impassibile, chiede a Hugo, aspirante nuovo inquilino, se abbia mai ucciso un uomo. E quando pochi minuti dopo nella penombra della sua nuova stanza, ritroviamo il neo inquilino nudo sul letto, palesemente senza vita, quasi non ci stupiamo.

E figuriamoci se si stupiscono Juliet, David e Alex. Al contrario, davanti al suicidio misterioso non si scompongono, e soprattutto davanti a una montagna di sterline nella valigia di Hugo, i buoni propositi vanno in vacanza. Senza pensarci troppo, i tre ragazzi fanno una capatina al supermercato per un acquisto veloce: sega, badile, sacchi di plastica. Una fossa nel bosco li aspetta (ecco spiegato il titolo originale Shallow Grave).

Cambio di tono

Ed ecco che i toni da perfetta commedia inglese sfumano nella commedia macabra. Sempre con stile.

A Boyle non serve mostrare tutto, sono sufficienti alcuni dettagli macabri, i tagli di luce netta, gli sguardi annichiliti e via via più inquietanti dietro gli occhialini alla Clark Kent di Chrtistopher Eccletston, i sorrisi sguaiati da finto tonto di Alex, la sfrontata sicurezza di Juliet.

Prezioso in questo senso il contributo dei protagonisti: la parte femminile del triangolo, l’astuta e seducente Kerry Fox – pronta a sfruttare il suo appeal per tenere dalla sua parte David, trascurando (ahi lei) Alex – gli ottimi Christopher Eccleston e Ewan Mcgregor.

Premiato ai BAFTA come miglior film e menzione speciale della giuria al Courmayeur Noir in festival nel 1994, la commedia nera di Danny Boyle ci ha messo poco tempo a diventare un mini cult. Complice il passaparola e il grande successo del successivo Trainspotting. Dove – curiosità – nella scena della crisi di astinenza del protagonista torna anche la bambola meccanica che ruota la testa, quella che in Piccoli omicidi tra amici Juliet e Alex comprano insieme ad altre cianfrusaglie in un impeto di follia da overdose di sterline.

Francesca Paciulli

 

 

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