Room _ CineFatti

Room (Lenny Abrahamson, 2015)

Room: la stanza col figlio – di Francesca Fichera.

Ci aveva già deliziato con Frank, una commedia dai toni grotteschi e un po’ hipster, e appena un anno dopo Lenny Abrahamson ritorna per proporci Room, un film di tutt’altra cifra: un dramma. Ne è protagonista Brie Larson, in un look struccato, imbruttito e sofferente che le frutta Oscar e Golden Globe, assieme a Jacob Tremblay, piccolo attore prodigio. Lei la madre, lui il figlio. E tutto intorno c’è la stanza.

Tratto dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue, a sua volta liberamente ispirato al “caso Fritzl“, Room comincia dando per scontato che chi guarda sia già a conoscenza della sua storia: nella semi-oscurità sporca di una cameretta, con una donna e un ragazzino vestiti male, che dormono insieme, cucinano insieme, danno la caccia ai topi e ci si chiede perché non escano mai da quelle quattro mura. L’unico spicchio di mondo esterno, più volte osservato e inquadrato, passa attraverso il lucernario del tetto, quadrato azzurro imbiancato dalle nuvole.

Ma poi arriva un terzo elemento, un’altra persona, un uomo: la chiave nascosta di tutto. Abrahamson compie la scelta originale di non approfondirne il background, di sminuirne la figura confinandola alla dimensione del superfluo – per quanto un rapitore, in un rapimento, sia tutto fuorché una presenza secondaria – e torna indietro nel tempo, a quando non ci era ancora concesso di familiarizzare con i mostri e gli anti-eroi. La sola cosa che speriamo succeda è, anzi, che per una volta dimentichi di sigillare la porta della stanza o riceva un colpo alla nuca.

Sta di fatto che Room si divide esattamente fra il racconto della prigionia, angosciante e in penombra (fotografia di Danny Cohen), e quello, luminoso al punto da essere accecante, del suo contrario. L’intera prima parte trae nutrimento dalla tensione su cui fondano i terribili interrogativi: quei due riusciranno a uscire da lì? Come? A che prezzo? Al punto che l’empatia raggiunge il suo culmine, non tanto (o non solo) per merito della compenetrazione di Brie Larson nella sceneggiatura della Donaghue, quanto, piuttosto, grazie al piccolo Tremblay, esempio di gracile e tenero selvaggio con un coraggio fuori dalla norma.

E a proposito di coraggio, si può dire che il film di Lenny Abrahamson sia stato girato proprio per raccontarlo, a mo’ di parabola sulla forza di cambiare le cose e, anche e specialmente, di tenere insieme i pezzi delle cose stesse, nei momenti di emergenza come – ed è quello che capita più spesso – nell’apparente normalità del quotidiano.

Peccato che, durante la seconda parte, il tono della regia viri con decisione verso un’impostazione televisiva, iridescente e levigata, cui almeno un paio di scene a ridosso del “primo tempo” avevano già lasciato presagire (ralenti, ralenti ovunque!), e che le musiche di Stephen Rennicks, più che giuste altrove (si citava Frank non a caso), in questo frangente finiscano col risultare un po’ invadenti. Tanto che viene quasi da pensare, come per il Joy di O. Russell, che senza i suoi due validissimi interpreti principali, Room sarebbe stato la classica ciambella senza buco.

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