Regali da uno sconosciuto – The Gift (Joel Edgerton, 2015)

Triplice ruolo e triplice successo per Regali da uno sconosciuto, l’esordio alla regia dell’attore Joel Edgerton – di Fausto Vernazzani.

La campagna marketing lo ha venduto come una sorta di horror, ma Regali da uno sconosciuto – The Gift è particolare. Le origini del suo regista, l’attore Joel Edgerton, si fanno sentire: australiano, ha lavorato a lungo nel cinema anglofono – qualcuno lo ricorderà come il giovane Owen ne L’attacco dei cloni – finché non è stata proprio la sua patria a dargli la fama mondiale col capolavoro Animal Kingdom di David Michod, con cui collaborò in seguito anche per la sceneggiatura del post-apocalittico The Rover. A metà tra due mondi, l’Europa del Regno Unito con Hollywood e l’influenza della vicina Asia nella sua terra Natale, Edgerton sembra aver portato alla Blumhouse un thriller di doppia ispirazione: i tempi ricordano gli horror psicologici del Giappone, mentre la trama (sceneggiatura scritta da lui stesso) richiama sin da subito a due capolavori dell’horror statunitense, Rosemary’s BabyShining.

Regali da uno sconosciuto è la storia di una coppia, Simon/Jason Bateman e Robyn Callum/Rebecca Hall, trasferitisi dall’Illinois a Los Angeles per cambiare vita. Lei ha come imperativo la ripresa da un esaurimento nervoso, lui invece una carriera nel mondo della cybersecurity. Tutto va per il meglio nella loro stupenda casa e anche l’incontro con Gordon Mosley/Edgerton, detto Gordo, all’apparenza non pare poter intaccare in alcun modo la tranquillità in cui sono immersi: vecchio compagno di scuola di Simon, cerca in tutti i modi d’entrare nella vita di lui, invadendo la privacy dei due senza palesare uno scopo preciso. L’unica luce in questo misero mistero è il trattamento riservato a Gordo da parte di Simon. I dubbi si concretizzano in segreti e Robyn, nell’ansia di dare una famiglia a suo marito, inizia a vedere il suo compagno sotto un’altra ottica, una di cui non aveva la minima idea. Le sorprese non mancheranno dall’inizio alla fine del film.

Lasciate scorrere il primo tempo, Regali da uno sconosciuto deve dare modo allo spettatore di scrollarsi di dosso le errate aspettative costruitesi nel tempo, fate sì che maturi solo la curiosità data da un notevole successo critico: arrivati al secondo tempo potrete scoprire come il debito con Roman Polanski e Stanley Kubrick è stato pagato con gli interessi, Edgerton non stona affatto nel paragone coi loro cult. Il tema della casa infestata è rappresentato con concretezza, ma l’orrore dei rituali di Rosemary’s Baby aleggia nell’aria ogni minuto, così come si respira un forte dramma passato ancora da digerire come l’alcolismo di Jack Torrance nel cult kinghiano di Shining. Bateman e Hall sono una fusione dei personaggi interpretati da Jack Nicholson e Mia Farrow, ma come la seconda anche Rebecca è protagonista, pur avendo elementi del primo, così come accade col secondo: la citazione si presta al gioco che rende Regali da uno sconosciuto un must.

Il debito con Roman Polanski e Stanley Kubrick è stato pagato con gli interessi, Edgerton non stona affatto nel paragone coi loro cult

È un film in cui le parole sono importanti, in cui il testo – entro cui includiamo le immagini – comunica col pubblico dall’istante in cui il primo tassello è stato offerto. La partecipazione è obbligata e i tempi lenti di Regali da uno sconosciuto iniziano ad avere un senso, narrano lo scopo di presentare dei personaggi dalla maturità altalenante: la divisione tra bene e male si fa sempre più incerta, lasciando solo lo sguardo di Robyn/Hall a fare da tramite con noi. Non mancano i risvolti politici, tanti quanti i colpi di scena che si susseguiranno nell’ultima mezz’ora, con Bateman a dar corpo al governo e/o alle grandi corporazioni, a vigilare su di noi e allo stesso tempo calpestarci anche nei momenti in cui il cittadino cerca di avvicinarsi. Sappiamo dove trovarli, li serviamo e riveriamo, ma loro fingono solamente di esser trasparenti, come i muri della casa di Simon, di aver dato in pasto al passato la durezza con cui governavano un tempo.

Può anche essere un’opera sul bullismo e le conseguenze sul lungo termine, su quanto una semplice verità possa trasformare la vita di un uomo da una qualunque esistenza a un eterno inferno in vita. Joel Edgerton è stato straordinario nel misurare tempi e parole accostandoli a immagini accattivanti dove un trio di magnifici protagonisti sono incasellati: Bateman al suo primo ruolo drammatico colpisce dritto allo stomaco, Hall è degna erede della Farrow pur non riuscendo a dar voce alla fragilità della sua “antenata”, mentre Edgerton si differenzia dalle parti interpretate in passato (uomini forti o un borioso come il Tom Buchanan de Il grande Gatsby) e dimostra di essere capace di rappresentare una sottile ambiguità nonostante una presenza fisica che solitamente suggerirebbe l’esatto opposto. Edgerton non ha fallito né come sceneggiatore, né come regista, né come attore. A questo punto siamo curiosissimi di vedere il suo futuro.

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