45 anni - CineFatti

45 anni (Andrew Haigh, 2015)

45 anni: una scelta lunga una vita.

Il cambiamento è facile come bere un bicchier d’acqua: fa il suo reclamo alle spalle, nella quiete della normalità più piatta, fra una passeggiata di routine e uno sguardo distratto alla finestra.

Nella vita di Kate (Charlotte Rampling) e Geoff (Tom Courtenay) è un agguato in forma di lettera, rivoluzione su carta giunta letteralmente a disseppellire un dramma del passato: la morte di Katia, prima compagna di lui, avvenuta e conservata fra i ghiacci delle Alpi.

Sono 45 anni che i coniugi Merger stanno insieme – li festeggeranno a breve, al termine della settimana che cadenza il film di Andrew Haigh al ritmo di dissolvenze in nero; eppure la persistenza della memoria rappresenta, persino nel loro caso, un’occasione di smarrimento.

S’insinua, sottile e insistente come il vento fra gli interstizi della loro casa in campagna, a scuotere le fondamenta di un’unione forse troppo perfetta per essere vera.

Una coppia d’argento

È un dramma senile (Marzia Gandolfi, MyMovies) quello di Haigh, che coinvolge i comprimari solo per dare un pubblico ai suoi due protagonisti: l’intero impianto di 45 anni gioca infatti sulla coppia – sia come concetto che come evento concreto – di cui Sir Courtenay e la Rampling vestono i panni.

Messi a turno al centro (o per meglio dire a lato) della scena, i due parlano all’altro con gli occhi e con la voce per parlare, in realtà, di sé. E i primi piani non lasciano scampo nel comunicare verità: una di quelle subdole, pesanti, dolorose.

La Rampling guadagna il suo Orso d’Argento (ma non l’Oscar, anche per via della concorrenza) proprio grazie a uno di quegli sguardi, mentre un Courtenay, come sempre all’altezza, si spoglia delle angosce del passato rigettandogliele addosso.

Le bugie hanno le gambe corte

Non manca neppure una vaga tensione hitchcockiana, che muove lentamente dall’elemento dell’abitazione, isolata e rurale, e dai sospetti, crescenti e ululanti come il vento, fino alla scala in soffitta, cliché di genere attraverso cui – per citare ancora la Gandolfi – il difficile amore dei Merger ritrova la propria verticalità, la multi-dimensionalità di un passato fuori campo tornato a esigere l’attenzione mancata.

Ma la pur attenta predisposizione del contesto narrativo mal si sposa con la poca naturalezza di alcune “sottolineature”: scenate di gelosia degne di ventenni alle prime armi, momenti idilliaci da manuale (come il ballo in salotto o la telefonatissima scena di sesso) l’ostentata ineluttabilità di un finale che non toglie né aggiunge all’angoscia degli inizi.

Quasi che, a voler raccontare una storia di falsità, si rischi di diventare fasulli a propria volta. Confinando due interpretazioni magistrali a un film per lo più immobile, che solo le pupille della Rampling, le lacrime di Courtenay e il fumo negli occhi dei Platters riescono a far vibrare.

Francesca Fichera

Voto: 2/5

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