Miss Julie

Miss Julie (Liv Ullmann, 2015)

La notte di Miss Julie è la nuova alba di Liv Ullmann.

Siamo nell’universo di Ingmar Bergman, dalle radici alle foglie. La sua musa e compagna Liv Ullmann trae dall’opera di uno dei suoi maggiori modelli, August Strindberg, un film sussurrato e gridato che porta al cinema il grande teatro: Miss Julie.

Dramma che fece scalpore all’epoca della sua uscita, La Signorina Julie si svolge in una manciata di stanze e con un numero altrettanto esiguo di personaggi: la venticinquenne aristocratica Julie (Jessica Chastain nel film) il lacchè di casa John (Jean in originale, interpretato da Colin Farrell) e la cuoca Kathleen (Katrin nell’opera, Samantha Morton nella trasposizione). Il Barone o conte, padre della giovane protagonista, non si vede mai.

Accadde una notte

Il tempo è quello infinitamente breve di una notte di mezza estate, durante la quale avviene l’intreccio fra i destini dei disgraziati; sorti strane ma non per questo insolite.

Tutto ha inizio nella cucina della grande abitazione di cui Miss Julie è padrona quando il nobile genitore si assenta. In quell’ambiente avviene tutto o quasi, eccezion fatta per quei pochi eventi che hanno luogo nell’ingresso, nelle altre stanze e fuori, fra campi e boschi.

All’inizio si ha la percezione di un gioco di seduzione e sadismo diretto da Miss Julie ai danni dell’assistente personale di suo padre e della fidanzata (timoratissima) Kathleen. Andando avanti però le cose si complicano, e l’ambiguità regna sovrana: chi è la vittima e chi il carnefice? Chi il privilegiato, chi lo sventurato?

Parole in azione

Le risposte, mai come in questo caso, sono paroleparole che significano letteralmente azione, movimento. Liv Ullmann rispetta la teatralità del testo di partenza trasferendola sul suo modo di dirigere e di collocare l’oggetto narrativo: i corpi degli attori, vibranti ma invisibilmente imbrigliati, non sono altro che le casse di risonanza di quell’incessante flusso verbale che, battuta dopo battuta, crea e sedimenta le ragioni del loro agire.

Julie, John e Kathleen si spostano, ma entro spazi precostituiti (la cucina, le scale del secondo piano, le tre camere da letto, la galleria). Come se in realtà rimanessero fermi.

Grazie a Ullmann la crudeltà della prigionia sociale messa in scena da Strindberg esplode in tutta la sua ferocia. L’inferno della costrizione, della frustrazione e della noia procedono al ritmo della ripetizione – cui prende parte, oltre all’avvicendarsi delle ambientazioni, anche la musica, con il ricorrere di quel Trio op. 100 di Franz Schubert che tanto ci ricorda Barry Lyndon.

Conflitti senza tempo

Al centro ci sono loro: i conflitti. Di genere, di classe, di religione. Le patologie con cui l’uomo si affligge per riconoscersi quale umano.

Tutto questo pulsa nella Miss Julie ullmanniana, con una Chastain che sta al centro in senso stretto e lato, disperata, elegante e bellissima – come e più che in Crimson Peak – affiancata da un Farrell eccessivamente tremante ma comunque capace di gestire la difficilissima prova del teatro al cinema.

E quando le cose, che sembravano essersi quasi appianate, precipitano definitivamente per avviarsi verso la più tragica e meno scontata delle conclusioni, la Settima Arte riafferma il proprio codice, mettendo fine alle parole e incorniciando il silenzio tra i fiori.

È questione di grazia.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

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