Storie di uomini e cavalli

Storie di Cavalli e di Uomini (Benedikt Erlingsson, 2013)

di Victor Musetti.

Tra Rams – Storia di due fratelli e otto pecore e Storie di cavalli e di uomini l’Islanda è la vera protagonista di questo mese al cinema. Di quest’ultimo film già parlammo nella nostra rubrica di film da recuperare del 2014, è uscito invece soltanto questa settimana in Italia, con ben due anni di ritardo, dopo essersi conquistato numerosissimi ammiratori con il passaggio nei principali festival nazionali e internazionali.

Storie di Cavalli e di Uomini (Of Horses and Men il titolo originale) è il racconto a episodi, frammentato ma coeso, di una piccola comunità islandese dove i cavalli occupano, sia numericamente che simbolicamente, uno spazio enorme nella vita e negli affari di tutti i giorni. Non c’è un vero protagonista, si passa da una situazione all’altra senza un vero filo conduttore che non sia la costante della presenza dei cavalli. Ci sono litigi tra contadini, amori nascosti, avventurieri stranieri spersi in una tempesta di neve, vecchi ubriaconi, vedovi solitari e donne in lotta con l’assetto sociale a predominanza maschile di cui fanno parte.

Questo sguardo così distaccato ma al tempo stesso appassionato e innamorato delle assurde vicende degli uomini di questo villaggio fa pensare di trovarsi di fronte ad una versione islandese di un romanzo di Steinbeck, magari i Pascoli del Cielo, proprio per come ogni singola storia si trovi a far parte di un disegno più grande, di uno sguardo più ampio che va ad abbracciare tantissimi aspetti diversi di questa piccola ma rappresentativa porzione di umanità. I cavalli sono un mezzo per esprimere sogni, amori, vizi e follie di ogni sorta. E per questo sono adorati e maltrattati, a seconda di chi se ne occupi, ma sempre e comunque indispensabili alla vita.

Benedikt Erlingsson, che nel suo curriculum vanta una parte come attore ne Il Grande Capo di Lars Von Trier, dirige il suo lungometraggio d’esordio con un gusto naturalistico molto lontano dallo sguardo documentaristico che si è abituati a vedere in lavori di questo genere. C’è invece un gusto estetico, quasi pittorico, di una messa in scena che, tra una sgangheratezza e l’altra, si soffermi di tanto in tanto ad ammirare un evento o un’immagine nel suo insieme, per esempio con l’inquadratura a piombo di uno dei cavalli deceduti in un momento del film, che viene poi ripetuta in altri momenti quasi a voler suggerire un taglio netto tra una storia e l’altra.

Storie di Cavalli e di Uomini è un film da ricordare soprattutto per alcune incredibili scene, su tutte l’ormai pluri-citato stallone che monta la giumenta mentre il padrone è ancora sopra al cavallo, davanti agli occhi di tutti gli abitanti circostanti, per non parlare dell’epica e disumana traversata a nuoto tra la riva del mare e una nave di passaggio compiuta da un ubriacone insieme al suo cavallo in cerca di una bottiglia di Vodka. Benedikt Erlingsson è un regista della terra, un uomo ancorato alla volontà di preservare i valori delle comunità rurali, pur conservando uno sguardo per niente sottomesso dall’eccessiva fascinazione di un mondo così lontano dai canoni del cinema che siamo abituati a vedere quotidianamente. Il suo è un tipico umorismo nordico, sprezzante del valore della vita e capace di ridere di qualsiasi cosa in assoluta spensieratezza.

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