Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (François Dupeyron, 2003)

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano: una storia col destino nel nome.

Occorrono grandi tribolazioni perché possa sbocciare un piccolissimo fiore.

Oscar Wilde

Il catalogo di Netflix rappresenta un’ottima occasione, oltre che di scoprire le novità del momento, anche per riassaporare vecchi film più o meno di successo.

Fra questi c’è pure Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeyron, una storia col destino nel nome.

Ode all’amicizia

Sono gli anni Sessanta e l’ebreo adolescente Moïse (Pierre Boulanger) ha fretta di crescere. Sulle note della musica dell’epoca sfrecciano le sue fantasie erotiche con le prostitute del luogo, curve colorate che animano la strada percorsa di continuo da auto e lavoratori, dove affaccia anche l’emporio di Monsieur Ibrahim (Omar Sharif) in cui Moïse, detto Momo, va a rubare.

Lui paga le ragazze con i risparmi e i soldi che il padre (Gilbert Melki), burbero e attaccato al denaro, gli dà per fare la spesa. “Va’ dall’arabo”, gli dice, e Momo obbedisce e infila barattoli sotto la giacca fra uno scaffale e l’altro; ma Monsieur Ibrahim sa e non lo nasconde, bensì lo copre. Ha così inizio una fra le amicizie più liriche mai narrate dalla Settima Arte.

Un dramma sorridente o una commedia triste?

Dupeyron dirige in maniera tradizionale e asciutta un film la cui scrittura (sceneggiatura di Éric-Emmanuel Schmitt) merita la stessa delicatezza e la stessa discrezione che garantisce.

Come tutti i drammi (almeno i migliori) Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano racconta una sorte triste vestendola con i toni della commedia. Canzoni, acconciature, passi di danza, situazioni: tutto sorride e si sorride di tutto, persino della morte o di un amore finito male.

Il Brad Renfro francese (Boulanger) contrappone il proprio giovanissimo fascino all’intensità rugosa di Sharif, trasferendo sui corpi la storia di un passaggio generazionale che è anche e soprattutto dialogo, reciproco venirsi incontro.

In questo breve “romanzo di formazione” il ragazzo e l’anziano sono prima di tutto amici e poi, una volta ciascuno, il maestro o l’allievo dell’altro. Fino al serenissimo epilogo.

Le parole sono importanti

Una storia in cui le parole sono letteralmente tutto: un tramite per conoscersi nel presente, uno scrigno per l’importanza del passato, un dispensario di saggezza da riutilizzare nel tempo a venire.

Costellato di aforismi, a volte splendidi – “ciò che dai è tuo per sempre, ciò che tieni è perduto per sempre” – altre un po’ troppo buonisti – “sorridere rende felici” – Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano è una ventata d’aria fresca e profumata, un ballo – come nella meravigliosa sequenza con i Dervisci rotanti – che “ricongiunge all’immenso”.

Perché si prende il tempo necessario, necessariamente lento, per andare oltre le apparenze e capire.

Oggi ce n’è bisogno più che mai.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

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