Kundo: Age of the Rampant (Yoon Jong-bin, 2014)

di Fausto Vernazzani.

Riz Ortolani, lo riconosceremmo tra mille, il sound degli spaghetti western è una voce familiare, la risata di un buon amico. Ecco perché, quando sentiamo le musiche de I giorni dell’ira sui titoli di testa di un film sud coreano, ci riempiamo di orgoglio mentre un sorriso a 33 denti (32 non bastano) si stampa sul nostro volto. E Kundo: Age of the Rampant produrrà inevitabilmente questo effetto su chiunque sia cresciuto a fagioli, Leone e Trinità. Il film di Yoon Jong-bin è ispirato dall’inizio alla fine ai nostri grandi spaghetti western.

Chi sostiene Leone non sia mai uscito dai ranghi italiani, verrà prontamente smentito (ancora), Kundo è un ulteriore esempio di come il cinema Sud Coreano – come il giapponese, lo dimostra Takashi Miike – sia in debito verso gli autori del nostro cinema di genere. La storia è simile a tanti titoli prodotti in Italia, Kundo è la leggenda di un gruppo di banditi in lotta contro la crudele aristocrazia in un tempo di carestia, sulla fine del 1800, sotto la dinastia Joseon. In quegli anni due rinnegati di diverse classi sociali si scontrano.

Abbiamo da un lato Jo Yoon/Kang Dong-won, figlio illegittimo di una potente famiglia e pertanto privo di alcun diritto sui suoi possedimenti, dall’altro Dolmuchi/Ha Jung-woo, un macellaio, il mestiere più basso praticabile da un coreano all’epoca, chiamato dal primo per commettere un omicidio: eliminare i successori della sua stessa famiglia per ottenere in eredità il potere. Le cose non vanno come speravano entrambi e con lo sterminio della famiglia di Dolmuchi, il macellaio si unisce ai Kundo, una temuta banda di Robin Hood.

Ogni dettaglio, ogni lotta navigherà verso lo scontro finale tra il macellaio, cambiatosi il nome in Dolchi, e il bastardo. Non c’è bisogno di dirlo, sarà uno scontro epico, il culmine delle scaramucce battute a suon di arti marziali dai Kundo e dai soldati dei potenti, colpi su colpi accompagnati dalle musiche del maestro Jo Yeong-wook, interamente ispirate alle composizioni di Ennio Morricone, Luis Bacalov, Riz Ortolani e così via. Il divertimento si affiancherà al dramma, fedele allo spirito degli spaghetti western.

In realtà si tratta della rappresentazione di un’epoca di transizione, il far west è il mito della frontiera degli Stati Uniti d’America, ma il periodo storico precedente la piena epoca industriale del Novecento è condiviso dal mondo intero. Non c’è dunque da stupirsi se il cinema globale abbraccia lo stile dello spaghetti western, un genere mediatore tra l’epoca classica di Hollywood segnata da John Ford e il resto del mondo. E in tutto ciò Yoon Jong-bin conferma se stesso come uno dei più interessanti autori della Sud Corea.

Aveva rispolverato il gangster movie col capolavoro Nameless Gangster, lì protagonista fu il gigantesco Choi Min-sik, e ora con la sua idea di western (il genere in Sud Corea ha preso il nome di Kimchi Western, dal piatto più comune della penisola asiatica) ha dato modo al pubblico di osservare come riesca a districarsi tra i generi, mostrando il suo talento di saper fondere la propria conoscenza cinematografica con la storia della Sud Corea. Gli spettatori non avranno di che lamentarsi con Kundo: Age of the Rampant, garantito.

Il cast è all’altezza del regista, Ha Jung-woo, ormai una star riconosciuta da diversi anni, per Kundo avvia una trasformazione: dal bello e “maledetto” a una violenta e buffa figura mitologica, un Robin Hood armato di accette da macellaio, una rude versione della leggenda britannica. I volti familiari non si fermano a lui, in particolare tra le fila di Kundo, un team fantastico sotto ogni aspetto: Lee Geung-young (Hindsight, New World), Ma Dong-seok (The Unjust, Norigae) e Cho Jin-woong (A Hard Day, Hwayi: A Monster Boy).

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