Life on Mars

Life on Mars: un viaggio nello spazio e nel tempo

Life on Mars: una serie da rivalutare – di Francesca Paciulli.

Sam Tyler apre gli occhi a fatica. Il mondo è sottosopra ma solo perché lui lo vede così: è a terra, reduce da un incidente stradale che poteva essergli fatale. Falciato da un’auto in corsa, il suo risveglio sull’asfalto sulle note ipnotiche di Life on Mars ha lo stesso effetto straniante che potrebbe avere per un marziano il primo respiro sulla Terra.

Il colpo di scena arriva a dieci minuti dall’inizio di Life on Mars, la serie britannica della BBC creata da Ashley Pharoah, Matthew Graham e Tony Jordan. Con alle spalle un passaggio sul canale satellitare Jimmy, la serie venne mandata in onda anche da RaiDue, costantemente maltrattata da continui cambi di orario.

Troppo poco si è detto e scritto di questa coinvolgente serie che parte come l’ennesimo poliziesco (Tyler e la sua ex fidanzata Archie Panjiabi, ancora lontana dai successi di The Good Wife, indagano su un assassino seriale di donne) e prende slancio come la più ispirata delle serie fantasy.

La trama

La canzone di David Bowie che dà il titolo alla serie (e che il protagonista ascolta in auto con l’i-pod poco prima dell’incidente) è il punto di partenza per un emozionante viaggio a ritroso nel tempo che vede catapultato nel 1973 Sam Tyler (John Simm), ispettore capo della polizia di Manchester.

Sam si ritrova nei suoi stessi panni, solo in una posizione di minor rilievo: questa volta è lui a dover prendere gli ordini. E a lavorare sodo senza poter contare sui moderni metodi di indagine (ma i suoi ruvidi colleghi, e soprattutto il capo Hunt, sanno come condurre un interrogatorio), senza l’ausilio di telefonini e database in Internet.

Una cosa però non cambia: i risvolti del cuore. Non passano neanche quindici minuti dal primo episodio che Sam trova conforto nel sorriso gentile della collega Annie (Liz White), figura femminile in lotta costante con un ambiente fortemente sessista.

Per fortuna la linea rosa è solo accennata e la sceneggiatura dà il suo meglio nell’affrontare il tema del viaggio nel tempo che, indipendentemente dal fatto che sia reale o meno, dovrà essere “digerito” dal protagonista fino in fondo. E forse proprio nel passato Sam potrà trovare le risposte (anche su suo padre) che tanto ha cercato nel presente.

Breve è bello

Mistero e poliziesco si fondono sapientemente, conferendo sapore e ritmo ad ogni episodio e alimentando nello spettatore il “domandone” a cui lo smarrito Sam Tyler prova a dare risposta: adoperarsi con ogni mezzo per tornare al presente freddo e incerto o restare nel 1973 e provare a ricostruirsi un futuro?

La serie è terminata dopo due stagioni e ha dato vita ad un adattamento americano della ABC (da dimenticare, così come il suo protagonista, Jason O’Mara) e allo spin-off, Ashes to ashes (Bowie, sempre tu), ambientato nei primi anni Ottanta e con protagonista l’ispettore Gene Hunt.

In Italia la PayperMoon ha acquistato i diritti dalla BBC ma il progetto dal titolo 29 settembre non è mai partito. Per fortuna, verrebbe da dire, perché difficilmente sarebbe possibile arrivare ai vertici dell’originale, caratterizzata da una cura maniacale per i dettagli: dagli arredi ai costumi alla colonna sonora, che alterna con gusto David Bowie a Wings ed Elton John.

E poi ci sono le “facce” giuste, soprattutto quella del protagonista, l’ex musicista John Simm, uomo comune preda degli eventi. Non sarà belloccio come l’alter ego americano (l’inespressivo Jason O’Mara) ma risulta sempre credibile, sia come ispettore capo in abito scuro che come semplice ispettore in giacca di pelle e turpiloquio da pub.

 

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