Pecore in erba (Alberto Caviglia, 2015)

di Victor Musetti.

Molta attenzione è stata riservata a questo anomalo mockumentary italiano in competizione nella sezione Orizzonti della 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Un prodotto che sorprende moltissimo per solidità produttiva e, soprattutto, per la quantità di star e personaggi pubblici che è riuscito a mettere in mezzo. Cosa hanno pensato i vari Augias, Tinto Brass, Mentana, Fazio, Sgarbi, Freccero, Canova, Gipi, De Bortoli e gli altri al momento in cui hanno acconsentito di collaborare con questo progetto? Qual è il fine ultimo di questa satira a metà strada tra Lercio e Maccio Capatonda?

Pecore in erba è la storia fittizia di Leonardo Zuliani, giovane e brillante ragazzo antisemita diventato in Italia una sorta di icona nazionale, inizialmente grazie ad un fumetto di successo, poi come stilista e infine come scrittore, arrivando ad essere uno dei personaggi pubblici politicamente più influenti del belpaese. Il film è quindi una riflessione a posteriori, vista la scomparsa di Zuliani avvenuta da numerosi anni, sull’importanza dell’antisemitismo e sul valore del diritto all’odio e al razzismo. In chiave umoristica ma, anzi, spesso e volentieri proprio demenziale, si intervistano quindi i familiari, gli amici e tutte le persone che negli anni si sono incrociati con lui e con le sue attività.

Alberto Caviglia confeziona una sorta di lungo servizio del Tg di Mario di Maccio Capatonda in cui racconta, passo dopo passo, la storia della vita del fantomatico Leonardo Zuliani, alternando tra fotografie e scene di fiction (poche) recitate per ricostruire determinati eventi. Lo stile schematico che è, appunto, quello di un lungo servizio televisivo, è interessante per introdurre il tono e il ritmo del film ma è inutile dire che il meccanismo fatichi molto ad arrivare agli 85 minuti di durata senza provocare qualche sbadiglio.

Il film però c’è da dirlo, fa ridere e a volte moltissimo, anche se è giusto notare quanto il tipo di umorismo che si propone non sia di certo alla portata di tutti e, anzi, sia più che altro orientato verso una fascia di pubblico più giovane e familiare con internet a cui il film fa involontariamente continuo riferimento. Peccato che questo pubblico il film non lo vedrà quasi sicuramente mai vista l’ambiguità di destinazione di un prodotto come questo specialmente se presentato in un Festival dove a farla da padrone è il cinema con la “C” maiuscola.

Il film di Caviglia quindi è un prodotto a metà, che fa ridere chi già si sente complice del meccanismo di umorismo demenziale a cui si fa riferimento ma che, al tempo stesso, esclude a priori tutta una fascia di pubblico che, non solo del film non capirà niente, ma soprattutto non avrà alcun mezzo di decodificazione dello stesso che gli permetta anche solamente di svilupparci sopra una qualsiasi sorta di riflessione. Si ricorderanno con piacere alcuni sketch esilaranti, ad esempio quello dei terroristi che alle parole del paninaro romano “Ma ‘o metto er ketchup?” iniziano a sparare, oppure la geniale e insensata partecipazione di Magalli, ricercato numero 1 dei terroristi di Al Qaeda. Per il resto il futuro di questo film è un’incognita, di certo è sempre un bene quando in Italia si da spazio ad un tipo di prodotto completamente inedito come questo, resta da vedere cosa deciderà di farne il pubblico delle sale.

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