Tharlo (Pema Tseden, 2015)

di Victor Musetti.

Esponente di punta di un quasi inesistente e del tutto sconosciuto cinema tibetano, Pema Tseden (o Wanma Caidan, il nome cinese con cui firmava le sue prime opere prima di optare per il suo nome tibetano) sbarca al Lido di Venezia nella sezione Orizzonti come una novità assoluta, un extratterestre guardato con sospetto e freddezza dalla maggior parte dei presenti. Tharlo, questo il titolo del suo quarto lungometraggio, è una piccola storia che si eleva a ritratto potente di una società in continuo mutamento.

Tharlo, che è anche il nome del protagonista, è un pastore dall’animo buono e semplice, abituato a farsi chiamare “ponytail” a causa della caratteristica coda di cavallo che tiene come segno di riconoscimento. Costretto a recarsi in città per farsi fare una carta d’identità che, gli assicurano, è assolutamente necessaria, Tharlo viene abbordato da una parrucchiera che lo convince a trascorrere la serata con lei. Il movimento della vita notturna, le attenzioni di una donna e l’ebbrezza provocate da questa strana e assurda serata lasceranno su di lui un segno indelebile, tanto da fargli trascurare completamente, una volta tornato al pascolo, la cura per le sue pecore e trascinandolo in una seria e profonda crisi d’identità.

L’insolita struttura scelta da Tseden, ovvero quella di presentarci il personaggio in un contesto che non è il suo (la città) per poi, solo successivamente, introdurci ai cambiamenti che questo suo viaggio andrà a portare nella sua vita di sempre, è senz’altro interessante. Anche perché non è certo la prima volta che al cinema vediamo personaggi come Tharlo, buoni selvaggi corrotti dai vizi del mondo moderno. Il percorso scelto da Tseden, seppur forse un po’ semplicistico nella sua tragica conclusione, ha quindi il grande pregio di non cadere nel facile terreno della retorica o dell’accusa sociale dichiarata, senza nulla togliere, ovviamente all’impatto emotivo e simbolico del film.

Il suo fine è infatti quello della semplicità, oltre che del realismo assoluto. E in questo bisogna dire che il risultato è decisamente all’altezza delle intenzioni. Anche perché, con l’aiuto dello straordinario lavoro fotografico di Lu Songye, i quadri fissi che Tseden utilizza per mettere in scena la piccola storia di Tharlo non possono in nessun modo creare mediazioni linguistiche o formali con lo spettatore. Quello che succede è così come ci viene presentato e Tharlo, sempre inserito ai margini delle inquadrature (ad eccezion fatta per la scena finale) o impallato da elementi della scenografia, ad esempio luci o bottiglie di birra, si muove per inerzia, spinto da una non identificata sensazione di novità che lo porta ad essere, alla stregua di un oggetto, completamente in balia degli eventi.

Tharlo non è mai, in nessun momento, davvero padrone del suo destino. E Tseden accentua questo particolare esagerando quasi le conseguenze che i piccoli gesti e cambiamenti da lui sperimentati (ad esempio il taglio di capelli o il bere alcol in montagna) hanno sulla sua persona e sull’ambiente che lo circonda. E l’assoluta spietatezza del ritratto di Tseden, che di fatto va a toccare un’intera cultura rurale che entra in contatto con le necessità e le esigenze di una società industriale, è senz’altro figlia di un’urgenza emotiva forte che, piaccia o meno, gli va riconosciuta soprattutto in virtù dell’indubbio valore artistico di un’opera come questa.

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