Italian Gangsters (Renato De Maria, 2015)

di Victor Musetti.

Dopo il sottovalutatissimo adattamento de La vita oscena di Aldo Nove, presentato a Venezia l’anno scorso, torna nella sezione Orizzonti Renato de Maria, regista del film di culto Paz!, con un’atipica e interessante docu-fiction sui più noti banditi del dopoguerra italiano: Luciano Lutring, Pietro Cavallero, Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Horst Fantazzini e Luciano de Maria.

Italian Gangsters ha l’ambizione di voler raccontare, tramite le storie dei sei personaggi, un periodo lunghissimo e importantissimo per l’Italia compreso tra gli anni ’40 e i ’60, conclusosi una decina d’anni prima dell’inizio dei cosiddetti anni di piombo. Per fare questo De Maria ha scritto sei monologhi immaginari in cui i sei gangsters italiani si raccontano personalmente di fronte alla macchina da presa, attingendo da numerose fonti, quali libri, articoli e interviste scritti da importanti firme del giornalismo italiano come Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Enzo Biagi e, talvolta, come nel caso di Luciano Lutring, dai diretti interessati.

I sei attori scelti per interpretare gli iconici personaggi svolgono tutti, chi più chi meno, un lavoro piuttosto egregio. Era infatti difficile dare una personalità a delle così grandi icone della storia italiana senza rischiare di finire a più riprese nel macchiettistico. Ancora più interessante è il fatto che si tratti in tutti e sei i casi di volti “non famosi” (Andrea Di Casa, Francesco Sferrazza Papa, Sergio Romano, Aldo Ottobrino, Paolo Mazzarelli, Luca Micheletti), cosa che, oltre a risultare coraggiosa per un prodotto poco commerciale come questo, finisce per essere uno degli aspetti migliori del film.

Oltre alle interviste recitate De Maria sceglie di utilizzare, a sostegno della narrazione dei fatti raccontati, le immagini di alcuni classici di serie B del cinema poliziottesco italiano, a partire dai più famosi di Fernando di Leo, Carlo Lizzani, Ruggero Deodato, passando poi anche per titoli come Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio o La classe operaia va in paradiso di Elio Petri nel momento in cui si accostano le azioni dei banditi a quelle di moderni partigiani che, essendo terminato i fascismo, andavano a colpire come movimento proletario le basi e simboli del potere costituito di allora, con il divieto assoluto di sparare, in alcun caso, agli operai.

Se gli aneddoti raccolti da De Maria risultano spesso interessanti e le battute stesse dei “gangster”, per quanto a volte eccessive nella forma, contribuiscano a dare una forma inedita a queste figure leggendarie, ciò che manca nella ricostruzione dei fatti e delle loro personalità è proprio un punto di riferimento visivo diretto a ciò che si racconta. Infatti se le immagini tratte dai film possono aiutare molto il ritmo nelle fasi più concitate, in altri momenti, specialmente quando (per fortuna) si usano immagini di repertorio in cui compaiono i veri personaggi di cui si sta parlando, è facile sentirsi confusi e non riuscire più a identificare bene gli uni dagli altri. Insomma, per la paura di annoiare, si finisce per rendere troppo rapidi e confusionari i momenti di maggior coinvolgimento emotivo. E il risultato finale è un film che stimola la curiosità e intrattiene in modo efficace, ma che non riesce ad informare in modo esaustivo come vorrebbe. Insomma, se non altro, lascia con la voglia di saperne molto di più.

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