Neon Bull (Gabriel Mascaro, 2015)

di Victor Musetti.

Film di grandissimo valore questo Neon Bull del brasiliano Gabriel Mascaro, presentato quest’anno a Venezia nella sezione Orizzonti tra fischi e un sonoro (testimoniato) “Bella merda” pronunciato da un membro del pubblico a fine proiezione in presenza di cast e regista in sala. Coprodotto, tra le altre cose, anche da Rodrigo Plà, anche lui in competizione in Orizzonti con il film Un monstruo de mil cabezas, Neon Bull è uno sguardo inedito sul mondo della Vaquejada, un’insolita corrida in cui per vincere bisogna atterrare il toro strattonandolo per la coda.

Ambientato nel nord-est del Brasile, il film segue le gesta di Iremar (Juliano Cazarré), un organizzatore di Vaquejadas che, insieme al fido collega Zé (Carlos Pessoa) e alla danzatrice esotica Galega (Maeve Jinkings), gira di villaggio in villaggio trasportando i tori per lo spettacolo e occupandosi in tutto e per tutto del loro mantenimento. Cacà (Aline Santana), figlia di Galega, è da poco entrata a far parte della compagnia per evitare di dover andare a scuola. Sua madre non la vorrebbe tra i piedi mentre Iremar, che a fasi alterne sviluppa il suo piccolo sogno di diventare stilista progettando e fabbricando indumenti sexy per Galega, cerca di coinvolgerla nelle attività che ruotano attorno ai preparativi delle Vaquejadas.

Gabriel Mascaro, che aveva esordito un anno fa a Locarno con l’apprezzato Ventos de Agosto, trova in questo film un’inedita collaborazione con Diego Garcìa, direttore della fotografia recentemente visto all’opera nel bellissimo Cemetery of Splendor di Apichatpong Weerasethakul. E il risultato è assolutamente stupefacente. Se da una parte infatti Mascaro non nasconde la sua grande esperienza come documentarista, riuscendo a captare momenti di quotidianità e di realtà con un occhio incredibile e sempre presente per la messa in scena, dall’altra sfrutta sapientemente l’apporto di Diego Garcìa per creare quadri in movimento che tolgono spesso il fiato per potenza visiva.

Paradossalmente a Mascaro non interessa più di tanto filmare il rodeo in sé ma, piuttosto, quanto gli uomini che ne stanno dietro le quinte siano altrettanto sudici, istintivi e animaleschi nel vivere la propria vita sgangherata. Con un gusto particolare per le situazioni assurde di cui solo chi ha una minima conoscenza del mondo rurale può comprendere l’estrema comicità (e i commenti scandalizzati del pubblico finto intellettuale di Venezia ne sono la prova), Mascaro mette in scena alcune sequenze incredibili tra cui, su tutte, una clamorosa eiaculazione di un cavallo che, per mancanza di tempismo, finisce inaspettatamente in testa ad uno dei protagonisti.

Mascaro sembra aver preso molto dalla scuola di Carlos Reygadas, soprattutto nell’utilizzo che fa di scene puramente visive e musicali per intervallare la quiete rurale al mondo degli spettacoli da rodeo. Tra le più efficaci senz’altro quelle che vedono protagonista la sensuale Galega ballare musica rock con una testa di cavallo tra mille luci colorate. Uno dei difetti maggiori del film è senz’altro l’eccessiva indulgenza nel rappresentare una realtà estetizzata, cosa che, in una lunghissima ed efficace scena di sesso con una donna incinta, risulta spesso ridondante e facilmente insopportabile. Detto questo resta innegabile che il film sia frutto del lavoro di un autore vero, con un’identità forte e di cui sentiremo parlare ancora molto negli anni a venire.

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