True Detective 2

True Detective 2×01 (Justin Lin, 2015)

di Francesca Fichera.

Quando qualcosa continua, che sia una serie di romanzi, una saga letteraria o uno show televisivo, baratta il potere della conclusione con una responsabilità altrettanto forte: non deludere le aspettative. Fermo restando, però, che un Doctor Sleep – chi vi scrive è fan kinghiana per antonomasia, non me ne vogliate – non sarà mai uno Shining; c’è da dire, per fortuna. Perché per quanto possa essere un sequel o un rifacimento radicale, ogni testo conserva – o dovrebbe conservare – una propria autonomia, sia dal punto di vista delle tecniche narrative adoperate che da quello, più prosaico, del loro effetto sul pubblico. In parole povere: non si vive di solo paragone, anche là dove sorge spontanea la voglia di farlo. Anche con True Detective.

Questa annunciatissima seconda stagione di una fra le serie tv più artisticamente valide mai realizzate, cui diede il ‘la’ registico l’abile e raffinato Cary Fukunaga e un volto e una voce indimenticabili il talentuoso Matthew McConaughey, riapre lo stesso libro, dalle pagine scure e polverose, per scrivere al suo interno una storia nera come la precedente, eppure differente. Necessariamente differente. Una compresenza di uguaglianza e diversità che i particolarissimi titoli di testa, dallo stile riconoscibile ma con un nuovo sottofondo musicale, contribuiscono a mettere immediatamente nero su bianco.

Il ritmo rauco e sensuale di Leonard Cohen dà l’avvio a un racconto nel quale ancora una volta linee personali e temporali si intrecciano (Nic Pizzolatto non è Paganini: si ripete e lo fa bene… almeno per ora), sullo sfondo di una California secca e assolata che ben si associa ai canoni visivi di Justin Lin, regista specializzato in action (fra cui Fast & Furious 56) e risponde a un’estetica fatta di frammenti e suggestioni in rapida successione piuttosto che della continuità contemplativa cui Fukunaga ci aveva abituati. Ma per uscire, appunto, subito dal paragone, va innanzitutto preso in considerazione il dato che la scrittura (struttura) di Pizzolatto e quella (rivestimento) di Lin, insieme, formano una buona squadra.

The Western Book of the Dead, che ci mostra fin dall’inizio il detective corrotto Ray Velcoro (Colin Farrell) alle prese con l’alcool, il bullismo ai danni del figlio e un paio di grosse “beghe” da risolvere, incuriosisce e avvince quanto basta perché si attenda con ansia l’episodio successivo. Più coralità – le story-line vere e proprie sono quattro, tutte collegate alla misteriosa sparizione del consigliere comunale Ben Caspere – e più protagonisti da scolpire, oltre che gestire, per un noir che si radica con convinzione sulla terra, nell’asfalto, sotto la coltre di abiti e cicatrici che veste i traumi e le perversioni dei suoi personaggi. Di donne e uomini votati alla perfezione del dovere – come la Ani di Rachel McAdams e il Paul di Taylor Kitsch –  colti nel pieno dello scontro con l’imprevedibilità dell’umano, il suo costante cadere sotto i colpi dell’ingiustizia. E di altri che, accanto a loro, riscrivono la legge per sé, come Velcoro, o per rientrare nel suo perimetro, come l’ex criminale Frank Semyon (Vince Vaughn). Raccontando la contraddizione, che è quanto di più realistico esista al mondo.

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foto da: indiewire.com

 

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