Machan

Machan – La vera storia di una falsa squadra (Uberto Pasolini, 2008)

di Luca Buonaguidi.

Consideriamo le cifre. Il Libano ha sei milioni di abitanti e accoglie oltre 1,2 milioni di rifugiati, soprattutto siriani; la Giordania ha una popolazione di otto milioni di abitanti e oltre 600mila rifugiati; la Turchia, 80 milioni di abitanti, ospita 1,8 milioni di rifugiati. L’Unione europea ha una popolazione di 500 milioni di abitanti e si considera in stato d’assedio perché centomila migranti e richiedenti asilo hanno raggiunto le sue coste“. – Bernard Guetta, Internazionale, 18/06/2015

Machan – La vera storia di una falsa squadra è un film che, di tempi oscenamente egoisti come questo, dovrebbe esser proiettato simultaneamente in tutte le scuole per insegnare quella matassa umana che attraversa l’annosa questione dell’immigrazione clandestina in Europa. Laddove paesi fondatori e leader dell’Unione Europea chiudono le frontiere dall’oggi al domani in barba a trattati che hanno contribuito a validare (Schengen), annichilendo le speranze di chi ha perso tutto per fuggire dalla guerra e la fame, il primo film di Uberto Pasolini è una lezione su cosa significhi nascere in un paese in cui tutti si sognano di andare a vivere altrove, alla ricerca di prospettive diverse e condizioni di vita migliori. Ci riesce grazie ad una storia tanto vera tanto inverosimile, quella di un gruppo di amici nativi dello Sri Lanka che cercano di emigrare in Germania, vengono continuamente respinti dalla rigida e cieca burocrazia teutonica e s’inventano un escamotage tanto geniale tanto assurdo: identificarsi come la nazionale cingalese di Pallamano, che non esiste, e farsi invitare dalla federazione che organizza un torneo internazionale in Baviera, senza sapere niente del suddetto gioco e senza alcuna intenzione di parteciparvi, solo quella di garantirsi una scusa per il tanto atteso visto per espatriare. Ma invece giocheranno eccome, prendendo delle scoppole memorabili dalle vere nazionali di Pallamano e facendo perdere le proprie tracce prima che la Polizia si accorga della farsa escogitata, iniziando così una nuova vita in Europa, liberi, impuniti e impossibilitati, ancora dopo anni, a palesarsi come gli autori di uno dei più grandi bluff tirati alle maglie strettissime dei dipartimenti per il controllo dell’immigrazione europei.

Il film, una favola moderna sulla condizione di migranti, non si limita alla cronaca di un’impresa comica e storica che fece scandalo all’epoca dei fatti, ma racconta anche gli umori che si accompagnano nella preparazione della fuga, nel lasciare le rispettive famiglie sapendo di non poter più tornare indietro e nel sacrificare tutto, dai risparmi alle reticenze morali, per un biglietto di sola andata in Europa. Attraverso la cronaca parallela dei due amici Manoj (Gihan De Chickera), barman di hotel, e Stanley (Dharmapriya Dias), venditore di frutta, si raccontano le storie opposte di chi alla fine riesce a lasciare tutto e partire e chi alla fine si fa strattonare da una nostalgia preventiva e genuina e resta nel paese dove è nato e dove intende morire. La narrazione di Pasolini è colorita e divertita, attingendo dal contesto familiare dei protagonisti delinea il sogno di fuga di un popolo intero, che vede nell’Europa una terra dove ci si possa reinventare da capo e dare un nuovo status, quello di chi ce l’ha fatta a varcare i propri confini nazionali anziché nascere e morire senza mai uscire dal proprio ombelico. Ed è qui che la sensibilità di Pasolini, emersa poi clamorosamente nel delicatissimo Still Life, si merita un voto in più in pagella: dimostrando quanto questo sogno sia più importante di tutto in chi lo cerca forsennatamente come non lo sia in chi alla fine lo destituisce dallo status fallace di cui è rivestito, preferendo restare vicino ai propri affetti e alla propria dignità indigena.

Nel mezzo, la cronaca semiseria dell’incredibile serie di sconfitte sciagurate raccolte da un team improvvisato e composto da truffatori, buoni a nulla, ragazzi dalla faccia pulita e dalle migliori intenzioni, attempati mestieranti in cerca dell’unica possibilità di rifarsi una vita. E attraverso lo sport, la pratica della sconfitta garantita, diventare un popolo intero e non tanti individui diversi, il popolo dei migranti, che l’Europa ha creato con il suo imperialismo onnipotente e non riesce né ad accettare né tanto meno ad accogliere, proteggere da una sorte infausta in partenza, che cerca instancabilmente un riscatto e meriterebbe un plauso o almeno una possibilità e non una frontiera chiusa in faccia, un rifiuto dell’altro che è nefasto ricordo di epoche buie del Novecento che commemoriamo di anno in anno ma che non sappiamo ancora riconoscere nella nostra pratica di cittadini del mondo.

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