Short Skin (Duccio Chiarini, 2014)

Short Skin è il Napoleon Dynamite italiano.

Presentato come parte del progetto Biennale College alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, Short Skin è la prima opera di fiction del fiorentino Duccio Chiarini (già presente a Venezia nel 2011 con il documentario Hit the road, Nonna).

Interamente prodotto, girato e montato in meno di un anno con un budget imposto dalla Biennale di 150000 euro, in poco tempo il film è riuscito a crearsi una sua personalissima schiera di estimatori, tanto da essersi già guadagnato, oltre che una presentazione all’ultimo Festival di Berlino nella sezione Generazioni, una distribuzione sia in Italia (Good Films) che all’estero (Films Boutique).

La storia è ambientata nella Marina di Pisa, luogo di vacanze estive ma soprattutto posto di formazione per molti giovani, teatro ideale per incontri e prime esperienze di ogni tipo. Edoardo (Matteo Creatini) non può arrivare vergine alla fine dell’estate.

È la sfida che si sono posti lui e Arturo (Nicola Nocchi), il suo migliore amico. Ma c’è un problema. Una piccola malformazione del prepuzio chiamata fimosi con cui Edoardo convive da sempre e che lo rende particolarmente in difficoltà nell’approcciarsi al suo primo rapporto sessuale. La sua contesa tra due giovani ragazze (Francesca Agostini e Miriana Raschillà), lo obbligherà ad affrontare la cosa una volta per tutte.

C’è un’ambivalenza nell’approccio che Chiarini ha avuto nel portare alla luce questo racconto tutto toscano. Se da una parte si nota infatti in maniera molto forte la volontà di creare un prodotto il più possibile internazionale ed esteticamente in linea con le tendenze del cinema indipendente americano, dall’altra Chiarini mostra di voler fare prima di ogni altra cosa un film sulla sua terra e sulla sua cultura.

L’esperimento è senza dubbio insolito, anche perché molto di questo umorismo alla Virzì , la cui comicità si regge soprattutto sulle finezze (e non) della parlata toscana, è a conti fatti molto poco traducibile e, quindi, recepibile da un pubblico non italiano.

Lìambivalenza di Chiarini si manifesta anche sul tono stesso del film che, strutturato come una sorta di Napoleon Dynamite all’italiana (Chiarini cita tra le sue fonti d’ispirazione il Roy Andersson di A Swedish Love Story), in cui i personaggi stralunati e impacciati si muovono lentamente e parlano con un filo di voce, finisce per mettere in scena in alcuni momenti delle gag, come quella della prostituta, che poco riescono a differenziarsi dalle più becere commedie italiane.

Se da una parte Short Skin è quindi un prodotto unico, che merita visibilità e sostegno affinché altri ne prendano esempio, dall’altra ci si chiede se non si potesse fare qualcosa di più dal punto di vista formale al fine di espatriare in modo più accessibile quel meraviglioso mondo della Versilia, tanto sfruttato cinematograficamente (fin dai ’40, poi parzialmente abbandonato dopo gli ’80 con l’eccezione degli omaggi vanziniani di Sapore di Mare) , quanto poco esportato proprio a causa di quel provincialismo e di quell’incapacità di utilizzare un linguaggio universale che da fin troppo tempo affligge il nostro cinema.

Meritano una menzione a parte le meravigliose musiche dei Woodpigeon e la splendida locandina disegnata da Gipi, specchio del fatto che dove Short Skin è riuscito ad azzeccare veramente tutto è proprio nella sua confezione.

Victor Musetti

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