Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

Il deludente Blomkamp di Humandroid.

A Hollywood in questi anni il Sole bacia gli esordienti, ma Neill Blomkamp se l’è portato a letto. Fu notato da Peter Jackson e grazie a lui esplose con l’ottimo District 9 mettendosi di fronte a entusiaste platee internazionali ansiose di seguirlo in ogni sua avventura registica.

La delusione fu scontata con Elysium, una copia del precedente con ancora qualche bagliore di intelligenza, con Chappie, o anche Humandroid per noi italiani, non si può neanche parlare di delusione: è un fallimento.

Inutile cercare mezzi termini, distruggere Elysium sarebbe stato crudele, ma nel caso di Humandroid è impossibile trovare un appiglio a cui aggrapparsi per cercare di conservare la buona memoria delle tante speranze riposte in Blomkamp.

La formula è la stessa: un anti-eroe si confronterà suo malgrado con una società spaccata in due, con corporazioni senza scrupoli in un angolo e le classi inferiori costrette alla criminalità nell’opposto. Persino la scelta documentaristica riappare.

L’anti-eroe in questo caso si moltiplica: parte tutto con Deon (Dev Patel), dipendente della Tetravaal e creatore di androidi utilizzati dalla polizia per combattere la criminalità, inventore di una A.I. dotata di coscienza, Chappie (Sharlto Copley), nata sotto le mani dei gangster Yolandi e Ninja (il duo rap sud-africano Die Antwoord) che ne sognano un uso per scopi illegali. Chappie ha Reject scritto in fronte, è uno scarto come tutti gli altri, creature indesiderate da una società che sogna solo soldi.

Descrivere oltre la trama non farebbe altro che sottolineare l’infinità di punti in comune con Elysium e District 9 – lo scontro finale col super attrezzato villain ad esempio, qui un bigotto e violento Hugh Jackman in orrendi pantaloncini color kaki – tali da mostrare come il cinema per Blomkamp non sia altro che una serie di variazioni su uno stesso tema di partenza.

È il racconto della discriminazione, disegnata sullo stesso foglio con colori diversi: gli alieni, sovrappopolazione, intelligenze artificiali. Ognuna di esse è utilizzata per lo stesso scopo, peraltro mai con uno sguardo originale.

Se il taglio documentaristico funzionava con District 9, giustificato su più fronti, in Humandroid non fa altro che rivelarsi un mero trucchetto per sferzare qualche altro colpo alle grandi corporazioni delle telecomunicazioni (la televisione che subito attacca, la torre Vodacom dove regnano clan criminali). E questo nel migliore dei casi: le interviste utilizzate come incipit quale utilità hanno?

Al superfluo si aggiunge l’utilizzo smodato del merchandise dei Die Antwoord, lì a recitare nella parte di loro stessi, privati del talento visionario che li contraddistingue nei live e nei magnifici videoclip.

Il finale, la parte peggiore in assoluto, segue a momenti gore a sorpresa con un volo verso tutt’altro tema con una faciloneria disarmante. In chiusura cascano le braccia e il terrore per il futuro quinto sequel di Alien si palesa in tutta la sua forza e forse Blomkamp ne è consapevole, lui che punta tutto su una coppia di vittime facili, due sequel di sicuro successo: District 10 e Alien 5, appunto.

Se così non sarà è tutto da vedere, saranno gli incassi di Humandroid a decidere il destino del vecchio pupillo di Peter Jackson. Speriamo sempre in un suo ritorno ai vecchi fasti, con idee nuove possibilmente.

Fausto Vernazzani

3 pensieri su “Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

  1. variazioni sullo stesso tema, si dice: visione autoriale. Visto che Fellini a Spielberg, da Moretti a Von Trier, si rifanno in un modo o nell’altro alla stesso tema.
    Comunque lo devo andar a vedere o aspetto che sia disponibile per il mulo!
    Ciao! ^_^

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    1. No, non sono d’accordo, la visione autoriale è qualcosa che riflette sempre su se stessa e non riflette se stessa. Qui parliamo di film senza alcuna differenza tra l’uno e l’altro, tra un Amarcord e un La dolce vita vedo tante differenze, vedo una crescita. Blomkamp non è cresciuto dai tempi di District 9, è rimasto uguale, fin troppo, non si riesce a dividere un film dall’altro per quanti sono i punti in comune (davvero tantissimi). Spielberg, Von Trier sono tutti cambiati dai loro inizi, Dancer in the Dark non è come Nymphomaniac, Incontri ravvicinati del terzo tipo non è La guerra dei mondi. District 9 è Chappie ed è Elysium. Forse mi sono espresso male nella recensione, ma quello che volevo sottolineare è la totale assenza di un’evoluzione, Blomkamp fa film con la carta copiatrice :)

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