Empire: la dinastia kitsch dell’Hip Hop

The Empire strikes back (and it’s kitsch!)

Una sorta di miracolo è avvenuto sul globo terracqueo che chiamiamo Terra: una serie televisiva anziché calare negli ascolti dal pilota in poi, ha aumentato senza interruzioni il suo pubblico episodio dopo episodio. Ne avrete sentito parlare, è la più chiacchierata del 2015, un sicuro contendente ai prossimi Emmy e Golden Globe, è Empire, prodotta dalla Fox. A crearla il duo Danny Strong e Lee Daniels, il secondo prominente figura del cinema e della televisione afro-americana, regista di fama internazionale grazie in particolare a Precious e The Butler.

Al centro della serie la dinastia Lyon, iniziata da Lucius, rapper di strada protagonista di una scalata al successo che gli ha permesso di costruirsi un impero, la Empire. Sotto la sua egida un’etichetta musicale, sport, linee di abbigliamento tutto col marchio del guru Lucius Lyon. Ma questo ha avuto un prezzo: sua moglie Cookie è stata 17 anni in carcere per evitarlo a lui, ma ora è tornata per reclamare ciò che è suo e creare scompiglio nella casa Lyon cresciuta senza di lei.

La chiave di Empire è una: tutti trovano un motivo per odiarsi e/o amarsi. Nei diciassette anni  passati dietro le sbarre da Cookie Lucius ha chiesto il divorzio e ha trovato una compagna, la ricca Anika, mentre i tre figli sono cresciuti con seri problemi tranne uno: il primo, Andre, è bipolare, l’unico a non cantare e ad essere andato al college per studiare economia ed entrare nel consiglio di amministrazione della Empire; il numero due Jamal è normale, cantante di talento, nulla lo dividerebbe dal padre se non fosse per il suo orientamento sessuale; il piccolo Hakeem, rapper e cocco di papà odia la madre.

Il conflitto è dietro l’angolo, ogni puntata vede un personaggio della famiglia Lyon contro uno dei loro parenti stretti o amici, ma è tutto così volatile e poco originale da rendere impossibile affezionarsi alle vicende. Ogni scontro si risolve dopo un paio di episodi per poi riaprirsi alla minima scusa, altri si chiudono senza alcun senso logico e viceversa. Empire è il caos più totale con un difetto enorme: come le sit-com hanno le fastidiose risate in studio (The Big Bang Theory è da uscirci pazzi) Empire ha il commento musicale, parassita in note, il Capitan Ovvio di cui nessuno ha bisogno.

Se la musica da un lato è un danno, dall’altro, almeno per chi ama il genere, è il cuore all’amarena del croissant: produce e compone la colonna sonora Timbaland, il padreterno del R&B e del Rap contemporaneo, con brani originali sfornati un episodio sì e uno no, suonati e cantati più volte, orecchiabili motivetti per asservire il pubblico al canale YouTube. Si passa così da You’re so Beautiful a Drip Drop, passando per Good Enough, canzoni dalle intenzioni diverse utili a caratterizzare i bidimensionali personaggi, male interpretati dalla maggior parte dei suoi protagonisti.

Gli attori sono forse peggio della regia – devono essersi formati guardando telenovelas prima di entrare sul set – e segnano il punto più basso della carriera di Terrence Howard, Lucius dallo sguardo torvo fisso, e Taraji P. Henson, magnifica in Person of Interest e iper-teatrale e sguaiata in Empire. Segue il giovane trittico, Trai Byers, Andre, l’unico a mettercela tutta, Jussie Smollet, l’insipido Jamal e, infine, Bryshere Y. Gray, il debole Hakeem.

Com’è ovvio vi sono personaggi secondari di piccola e grande importanza, tra cui spicca l’insensata presenza di Naomi Campbell come amante di Hakeem e l’inutilità di Courtney Love in un ruolo che la sminuisce.

Empire è kitsch come i suoi personaggi, amorfo e senza personalità, privo di una meta, così indefinito da costringerci a chiederci oggi, alla vigilia del finale della prima stagione: cosa dovrebbe spingerci a seguire la serie per gli anni venturi? La risposta è la stessa che ci demmo con Grey’s Anatomy et similia: non c’è un motivo, quando si scrivono personaggi come fossero topi da laboratorio la curiosità è quella di vederli soffrire/gioire, con un domani imprecisato. E questa è la crudeltà degli sceneggiatori: non dare mai una pausa alle sue creature, né una sconfitta definitiva. Va avanti per inerzia.

Concludiamo con un appunto: se Empire è in gran parte ispirata al Re Lear di Shakespeare significa qualcosa? Sons of Anarchy era bella perché nata come versione biker dell’Amleto o perché era bella e basta? Ragionare sulla provenienza quando sono temi abusati non è costruttivo. A meno che non si riesca a farlo in modo originale. Empire l’originalità l’ha vista da lontano e senza occhiali, un’ombra di passaggio in fondo all’orizzonte. Tuttavia, saremo costretti a sentirne parlare molto a lungo. Chissà, il finale potrebbe sorprenderci o il tutto con gli anni migliorare. Non sarebbe il primo serial a riuscirci.

Fausto Vernazzani

2 pensieri su “Empire: la dinastia kitsch dell’Hip Hop

    1. Facciamoci forza e ricordiamoci che ad Aprile ritornano sia Orphan Black che Game of Thrones. E magari nel frattempo domani ci va bene con Bloodline, la nuova serie Netflix di cui si sta già parlando tantissimo. Sempre che non sia un flop come Marco Polo, al limite della guardabilità anche quella!

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